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GIOVANI E LAVORO/ Il metodo per lasciarsi alle spalle le "raccomandazioni"

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E qui siamo al paradosso: chi per mestiere insegna e valuta fa fatica, a sua volta, ad accettare di venire valutato. Non parlo in generale, ma di una buona maggioranza, come hanno dimostrato anche alcune recenti indagini. È uno dei paradossi della vita odierna: tutti difendono a parole la meritocrazia, ma ognuno poi ne ha paura quando la si applica, perché teme la competizione, odia il cambiamento continuo, ama aggrapparsi alle poche certezze maturate. Eppure il merito conviene a tutti, a medio e lungo termine: è piacevole sapere che il medico che ci cura è bravo, che l'insegnante dei propri figli è preparato, che il sindaco è persona perbene e saggia con tutti (al di là delle appartenenze partitiche), che il magistrato, in sede civile o penale, adotta sentenze veloci, eque e rispettose della verità, ecc. Tutte questioni etiche prima che politiche o economiche o giuridiche o sindacali.

Manca, ce lo possiamo dire, la percezione del valore positivo della "reciprocità", altro modo per dire responsabilità. Il merito e la messa in concorrenza delle diverse competenze convengono dunque a tutti, non di certo la logica clientelare degli "amici degli amici": alla lunga questa logica non conviene a nessuno. Eppure sappiamo che è da questi aspetti che dipendono la creatività, il talento, la disponibilità di appassionarsi, di farsi carico dei problemi di tutti (il vecchio "bene comune") che solo le giovani generazioni, meglio forse di noi "adulti", possono mettere in campo. Per il nostro presente e per il loro futuro. I migliori antidoti al rischio della precarietà a vita, della mobilità e della flessibilità nel mondo del lavoro passano attraverso questi punti chiari. Rendersene conto è già una conquista, ma non basta.

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