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Lavoro

GIOVANI E LAVORO/ Il metodo per lasciarsi alle spalle le "raccomandazioni"

Difficile per i giovani italiani avvicinarsi a un futuro lavorativo. Colpa anche di come gli adulti si difendono disperatamente dalla meritocrazia, spiega GIANNI ZEN

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Alla domanda di rito alla fine del colloquio degli esami di maturità, sulla scelta futura, università o mondo del lavoro, ho incontrato, rispetto al passato, risposte più incerte dai ragazzi, cariche di dubbio. E anche nell'altra domanda, di supporto, sul "sogno nel cassetto" ho visto in alcuni casi luccicare gli occhi, quasi a dire che tra i sogni e la realtà il solco sembra invalicabile.

Dati e statistiche li conosciamo tutti, sull'occupabilità dei titoli di studio, sulla disoccupazione in rapporto all'età, su quelli che non studiano e non lavorano, su quelli che scelgono l'estero, cioè sulla cosiddetta "fuga dei cervelli". Statistiche che ci inseguono ogni giorno. Ma le stesse non ci dicono come stanno realmente le cose. C'è, in poche parole, se la vogliamo dire tutta, una vera e propria "garanzia", quasi una patente di legittimità, e poi di realtà, intorno alla domanda di futuro possibile?

Facciamo presto a dire: "la formazione", una formazione che sia aperta, continua, capace di adattarsi a complessità inedite, dato il contesto glocale. Perché poi, lo sappiamo, le contraddizioni in troppi casi riescono a imporsi, a ridimensionare sogni, attese, speranze, talenti, attitudini. Forse perché, ce lo dobbiamo dire, l'Italia non è un Paese per giovani. Non lo è nella politica, non lo è nella Pubblica amministrazione, non lo è nella gestione delle imprese, non lo è nella scuola e nelle università. A parte, ovviamente, alcune belle eccezioni.

Se tutti siamo d'accordo su alcune dichiarazioni di principio, cioè sulla valorizzazione del merito e del talento delle giovani generazioni, in realtà ci troviamo di fronte a muri di gomma costruiti intorno a veri e propri fortini corporativi, della cui responsabilità non sono immuni organizzazioni di categoria e mondi sindacali. Preoccupati, al dunque, di difendere solitamente i già difesi, più che di promuovere, secondo il principio di responsabilità, i talenti, la disponibilità a mettersi in gioco, il valore aggiunto dello studio, della creatività, della fatica quotidiana.

Se dunque, a parole, sappiamo tutti bene che il rilancio del nostro "sistema Paese" passa solo attraverso le eccellenze in tutti i campi (conoscitive, etiche, esistenziali), nella realtà ordinaria sappiamo invece che valgono gli "amici degli amici" e la logica dei gruppi chiusi. Mentre è il merito, pensato e vissuto però non in termini individualistici, a rappresentare il nodo cruciale per lo sviluppo di ogni convivenza pacifica, la prima forma dunque di giustizia sociale.

Questo non significa, ovviamente, rimanere indifferenti a possibili nuove marginalità, ma, più nel concreto, mettere ognuno di fronte alle proprie responsabilità, garantendo, nel contempo, adeguati ammortizzatori sociali per le situazioni di criticità. Ma il merito, da solo, non basta. Ci vuole un contesto di reale concorrenza, cioè la sana competitività tra diverse offerte di servizio in modo da garantire la democrazia come "scelta del meglio" e, nello stesso tempo, trasparente modalità di attribuzione di una responsabilità, con valutazione in itinere.