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IDEE/ Ecco il vero Jobs Act per creare lavoro e ripresa

Il Jobs Act non basta a far crescere l’economia e quindi a creare più lavoro, spiega GERARDO LARGHI. Per questo serve un’azione riformatrice molto ampia

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Allegria, allegria, aumentano i posti di lavoro fissi! Peccato che l’economia vada male, ma se non vogliamo considerare questo piccolo particolare, non possiamo che essere felici. L’ironia, questa volta, è davvero mal riposta, anzi è decisamente fuori luogo, ma come disse qualcuno di fronte a certe situazioni la sola cosa da fare potrebbe essere quella di piangere.

I dati diffusi dalle agenzie, che ci parlano di un +0,4% di assunzioni, di +31mila contratti di lavoro a tempo indeterminato e +53mila a tempo determinato, potrebbero davvero indicare che è stata imboccata la via dell’uscita dal tunnel. Ma non è così perché il sistema non riparte, i dati della congiuntura e della produzione sono negativi, e in qualche caso fortemente negativi.

Anche chi non si fa prendere dallo sconforto, anche gli ottimisti a oltranza, in queste settimane sono costretti a prendere atto che la macchina industriale boccheggia, che le imprese sono alle prese con i medesimi problemi di alcuni anni fa. Insomma l’effetto Renzi, con la ventata di ottimismo che portava con sé, sembra essersi esaurito di fronte ai crudi dati della realtà. Dati che ci dicono, con nettezza non disgiunta da coerenza e costanza, che occupazione ed economia non sono dimensioni che si parlano automaticamente. O meglio non sono entità che si parlano con la stessa costanza con cui si parlavano anni fa.

I posti di lavoro aumentano perché il sistema contrattuale è più garantista e meglio equilibrato di quello che l’ha preceduto: non si tratta di essere fans del Jobs Act, ma quanto è sotto gli occhi dimostra che chi lo ha voluto, chi lo ha contrattato modificandone i contenuti più ideologici e adattandolo alla realtà del mondo del lavoro, non hanno visto male. Anzi, ci hanno azzeccato: gli antichi oppositori sembrano scomparsi, annientati dall’andamento delle assunzioni. Ma non va dimenticato che tranne pochi tifosi, gli ultras renziani si aspettavano che l’economia avrebbe ripreso, magicamente, il suo cammino grazie a una semplice riforma del mondo del lavoro e della tipologia contrattuale.

L’economia italiana è un malato che richiede ben più di una semplice medicina, di un’aspirina per far cessare il mal di testa. Occorrono invece, urgentemente, riforme strutturali e profonde, che però questo governo sembra non volere (o sapere) fare, e le opposizioni, tutte senza distinzione, neppure pensano o non ci credono.

Occorre che la giustizia sia più rapida e celere: parliamo della giustizia civile e amministrativa, quella che dovrebbe assicurare i tempi di pagamento, da parte di chi compra, di servizi e beni: a cominciare dallo Stato. Invece, lo sport italiano, quello che ha soppiantato l’amatissimo calcio, sembra essere divenuto la fuga dalle proprie responsabilità. Lo slogan di costoro sembra essere “piuttosto che pagare quel che devo, preferisco la peste”. Così alle imprese non mancano le commesse, ma gli assegni: chi vuol essere pagato faccia sconti, lavori sottocosto, si pieghi di fronte alla ragione del più furbo. Perché ci sarà anche un giudice a Berlino, ma, appunto, a Berlino. Così troppo spesso le imprese italiane non sanno a che santo rivolgersi.