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Lavoro

SPILLO PA/ Le 12 "incoerenze" della riforma dei dirigenti pubblici

Il Governo vuole avviare il percorso che porterà a riscrivere le "regole di ingaggio" dei dirigenti pubblici, ma non in maniera efficace. LUIGI OLIVERI spiega perché

Marianna Madia (Lapresse)Marianna Madia (Lapresse)

Il decreto legislativo attuativo della riforma-Madia della dirigenza pubblica sale sui blocchi di partenza. Il Governo vuole avviare il percorso che porterà a riscrivere le "regole di ingaggio" dei dirigenti pubblici, sapendo, tuttavia, che non si tratta di una strada né liscia, né in discesa. La legge delega 124/2015, all'articolo 11, nel definire i criteri cui deve attenersi il decreto delegato, evidenzia una serie molto fitta di difetti e dubbi sia interpretativi, sia operativi, che non potranno non riverberarsi sull'attuazione della riforma, rendendola estremamente complicata, a rischio di incostituzionalità e vastissimo contenzioso e, sostanzialmente, non in grado di ottenere significativi risultati in termini di efficienza. Vediamo di seguito l'elenco dei tanti, troppi, problemi che pone la riforma.

1- Ruoli unici.La legge 124/2015 stabilisce di introdurre un ruolo unico nazionale dei dirigenti, distinto in realtà in tre ruoli (uno per i dirigenti statali, uno per i dirigenti regionali, uno per i dirigenti degli enti locali più i segretari comunali), più un elenco autonomo per i dirigenti delle Authorities. Il "ruolo" altro non è se non un elenco. Dovrebbe essere costituito dall'elenco, appunto, dei dirigenti necessari a coprire i fabbisogni organizzativi delle amministrazioni. I ruoli, quindi, dovrebbero comprendere necessariamente la quantità di dirigenti necessaria allo svolgimento delle funzioni. Tuttavia, la riforma sgancia totalmente la presenza dei dirigenti nei ruoli dalla copertura dei posti in ruolo e ammette che detti posti possano, ancora, essere anche coperti da soggetti esterni, creando un'illogica discrasia tra fabbisogni e metodo ordinario per coprili, cioè appunto l'impiego dei dirigenti di ruolo.

2- Facoltatività incarichi. L'effetto descritto sopra deriva da un'altra scelta del legislatore: l'attribuzione di incarichi dirigenziali ai dirigenti di ruolo sarà solo una facoltà. Si assiste, cioè, a una scissione totale tra la qualifica dirigenziale (peraltro acquisita per concorso) e lo svolgimento della connessa attività. I gestori dei ruoli unici opereranno come agenzie di somministrazione: avvieranno "in missione" i dirigenti dei ruoli, alle amministrazioni, "pescandoli" a seguito di procedure qualificate "selettive", senza, tuttavia, alcuna garanzia che l'iscrizione nei ruoli comporti quello che sarebbe una logica priorità nell'assegnazione degli incarichi, pur in una logica di rotazione.

3- Valutazione dei risultati. La riforma viene descritta molto spesso come valorizzazione del merito e delle capacità dei dirigenti. Tuttavia, la valutazione dei risultati ottenuti non avrà sostanzialmente modo di influire in maniera efficace nella selezione dei dirigenti, ai fini degli incarichi. Infatti, per un verso le migliaia di amministrazioni pubbliche sono dotate di sistemi di valutazione completamente eterogenei, così che risulterà impossibile comparare i pesi delle valutazioni ricevute da ciascun dirigente; per altro verso, il conseguimento di valutazioni positive nello svolgimento delle attività non conterà nulla, ai fini degli incarichi, se non per una proroga di 2 anni, dopo una prima durata di 4 anni. Alla fine dei 6 anni, anche quel dirigente che abbia ben operato in un'amministrazione non potrà mai essere riconfermato direttamente e dovrà nuovamente passare per le "selezioni" nazionali.


COMMENTI
25/08/2016 - Per Renzi & C. importante è fare ammuina (Carlo Cerofolini)

L’importante per Renzi & C. è fare ammuina, quindi perché meravigliarsi di tutti i pastrocchi che combinano, visto che ogni botte dà il vino che ha?