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IDEE/ Il "fattore P" per aiutare lavoro e Pil

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Il Meeting di Rimini di quest’anno ha dedicato particolare attenzione al macroargomento “lavoro”, riservandogli più spazi e incontri rispetto alle precedenti edizioni (quantomeno quelle più recenti). Dalla mostra organizzata dalla Cdo ai tanti seminari dove si è parlato di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, imprenditorialità, politiche attive, alternanza, numerose sono state le occasioni per approfondire un giudizio tecnico e culturale su uno dei principali nodi dell’economia moderna. Ancor più delicato oggi, in ragione del perdurare della crisi e dell’avanzamento inesorabile della tecnologia, che contemporaneamente sta creando nuove opportunità e modalità di lavoro e, per quanto l’analisi non sia unanime, sta minando la centralità del lavoro nella nostra società sostituendo le persone con software e robot.

Gli incontri specificamente dedicati ai nodi del mercato del lavoro hanno avuto un taglio tecnico e istituzionale già nella composizione del panel dei relatori: indubbio il protagonismo dell’Anpal (presenti il Presidente e il direttore, ovvero il totale delle persone dedicate alla nuova Agenzia, visto che non è ancora nata, a oltre un anno dal varo normativo), che ha discusso con assessori, presidenti di Regione, sindacalisti e imprenditori innanzitutto di politiche attive. Più aperto a personalità del mondo della formazione, invece, l’incontro dedicato all’alternanza tra scuola e lavoro, indiscutibile e necessario trait d’union tra due mondi che nel futuro liquido e incostante che ci attende dovranno essere capaci di dialogare.

Nonostante la positiva abbondanza di occasioni nelle quali confrontarsi, è forse da ricercarsi in un seminario dedicato ad altro tema il più originale, per quanto semplice, messaggio trasmesso dal Meeting in materia di lavoro. Il riferimento è alla presentazione dei risultati dell’annuale Rapporto sulla Sussidiarietà, dedicato alle “politiche industriali”. Titolo ingannevole, capace di allontanare dalla lettura del Rapporto qualsiasi persona di buona volontà che coltivi una sana diffidenza verso tutta la copiosa retorica, tanto sindacale quanto scientifica, sulla necessità di politiche industriali centralizzate. Invero il Rapporto non si augura niente di tutto questo, bensì analizza i fattori che permettono alle imprese italiane di essere competitive e crescere, scoprendo che la performance dell’impresa non dipende solo da fattori fiscali, gestionali, strategici, logistici, ecc. (ovvero “la tecnica”), ma anche, se non soprattutto, dai comportamenti, dalle attitudini e dalla personalità dell’imprenditore e/o del manager.

Se è così, allora molte delle recriminazioni squisitamente politiche che un po’ tutti rivolgono alle istituzioni, individuate come le sole colpevoli della scarsa competitività e produttività delle imprese italiane, sono male orientate. Ottime per giustificarsi, inutili per cambiare. Ulteriore conseguenza: risultano altrettanto inefficaci politiche formative contraddistinte dall’ansia di fornire ai giovani competenze, abilità e conoscenze iper-specialistiche; non solo perché, come dimostra il Rapporto, non saranno l’x factor del successo dell’azienda, ma anche perché il rapidissimo mutamento tecnologico rende quelle competenze subito obsolete e quindi inutili per il ragazzo.



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