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Lavoro

SPILLO/ I "furbetti del precariato" aiutati dallo Stato

Un'inchiesta dell'Espresso fa emergere il precariato contrattuale e salariale in Italia. GERARDO LARGHI ci aiuta a inquadrare meglio questo fenomeno non marginale

Giuliano Poletti (Lapresse)Giuliano Poletti (Lapresse)

Una volta c'era il tormentone dell'estate, ed erano canzonette assai orecchiabili, ma che magari non avevano, diciamo, contenuti particolarmente memorabili. In questa bella estate 2016, invece, un valente giornalista dell'Espresso ha scoperto, in un'indagine di cui ha dato resoconto in questi giorni sul suo settimanale, che in Italia esiste il "precariato acrobatico", cioè il precariato contrattuale e salariale.

Secondo questa ricerca, numerosissimi sarebbero i dipendenti che verrebbero ricattati dai loro datori di lavoro e che, a fronte di contratti più o meno regolari, sarebbero costretti ad accettare nella realtà salari inferiori, ovvero pagati con ticket e buoni pasto, o ancora con scontrini, o con scambi-merce, e via discorrendo. Per non citare chi, a fronte di contratti di 40 ore settimanali, è obbligato a fare 50/60 ore di lavoro. Insomma, un sottobosco pieno di amare sorprese, denso di imprenditori furbi e pronti a tutto per risparmiare sul costo lavoro, decisi a sfruttare i loro collaboratori, che tacerebbero, anche quando se ne andassero da quell'impiego, per paura di non trovare un'altra occupazione o di qualche rivalsa e rivincita.

Si tratta di un quadro credibile? Sì. In effetti, il mondo del lavoro è pieno di cause legali, di richieste di regolarizzazione di posizioni assicurative, di procedure legali per recupero crediti (cioè salari non pagati, tredicesime rinviate, ferie non godute, Tfr rinviati sine die). Questo sarebbe dunque il "precariato acrobatico"? Boh, il tema è troppo serio per circoscriverlo con un bel nome, per delimitarlo con qualche caso pescato qua e là in Uffici Vertenze sindacali e per farne un pezzo, come si dice nelle redazioni, "di costume". O meglio di malcostume.

L'esperienza quotidiana di chi fa sindacato, ma anche di uno qualunque tra i numerosissimi avvocati giuslavoristi che navigano nel mercato delle cause, conferma che tantissime sono le infrazioni. Molte delle quali legate al tentativo di imprenditori senza scrupoli, di sfruttare le persone. Molte legate, però, anche a un sistema che sembra costruito apposta per non funzionare. Perché in uno Stato moderno esistono dei fondamentali che reggono l'intera impalcatura e senza i quali la convivenza pacifica è semplicemente impossibile.

Uno di questi fondamentali sono delle leggi chiare, brevi, concise, scritte in modo tale che chiunque le possa anzitutto intendere per poi applicarle. La legge non ammette ignoranza, ed è giusto, ma provate a leggere una legge (scusate la figura retorica) e a capirla! Chi sgarra, però, deve sapere che corre il rischio, serio, concreto, quotidiano, di essere scoperto e, una volta scoperto e nei casi di specie evocati prima, di pagare multe salatissime, di farsi chiudere l'esercizio, di non poter più operare, di dover reintegrare i malcapitati dipendenti e via discorrendo.

Domanda retorica per i nostri 24 manzoniani lettori estivi accaldati: è così da noi? Cioè in Italia, in un sistema che ha una produzione legislativa degna di un'impresa cinese di manufatti, vigono la chiarezza del diritto, la certezza del controllo, la sicurezza della pena, la ferra applicazione delle sanzioni? Oppure siamo in una comunità nella quale le leggi per essere intese dalla gente sono tali da dover prima passare al vaglio di esperti di comunicazione in scrittura cuneiforme, per poi essere sottoposte a valanghe di sentenze creative, e infine per essere ridotte a qualche approssimativo titolo di giornale?