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RIPRESA E LAVORO/ I tre "dossier" fondamentali per l'Italia

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È encomiabile l'impegno delle nuove realtà sindacali che si stanno consolidando sul fronte della promozione di nuove tutele per i lavoratori non standard: Felsa Cisl, vIVAce (la nuova aggregazione delle partite Iva) e altre associazioni segnalano, con la loro iniziativa nel mondo del lavoro dei somministrati e delle varie tipologie parasubordinate e autonome, la necessità di predisporre forme e percorsi territoriali che possano realmente aiutare l'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro, attraverso l'azione degli operatori pubblici e privati del mercato del lavoro. Questa è una sfida che riguarda tutto il sistema che si occupa di gestire e regolare il lavoro ed essendo tanti gli attori occorre operare per disegni e programmi condivisi; se la destra non sa quel che fa la sinistra, dice un famoso detto, non si va da nessuna parte…

Il terzo dossier che vedo (ma forse dovrei dire intravedo perché è un bandolo della matassa che si afferra e si perde in continuazione) è quello delle relazioni industriali in quanto tali, del loro futuro, della loro "utilità sociale ed economica", del loro essere al servizio del processo democratico o, al contrario, di un loro declino lento ma inesorabile, che coincide con un'incapacità di cogliere e offrire soluzioni alle problematiche delle produzioni e delle organizzazioni dei beni e dei servizi disponibili, siano essi pubblici o privati.

E qui le cose sono veramente paradossali in quanto si stanno moltiplicando gli accordi sui requisiti della rappresentanza sociale e sindacale (Confapi, Artigiani, Confimi, Cooperative e altri), sulla possibilità di realizzare gli sgravi fiscali per il secondo welfare in azienda e per le retribuzioni variabili (sempre Confapi e Confindustria): quindi tutto bene? In verità le intese si realizzano se gli attori sono disponibili a fare il proprio mestiere, a stare negli ambiti "assegnati" dalla realtà, a contribuire al bene proprio e comune coincidente, contestualmente, con la competitività delle imprese e la difesa di reddito e dell'occupabilità delle persone impiegate; infatti, solo riconoscendo tutti i fattori presenti (e dandogli loro un peso) si possono conseguire soluzioni equilibrate ed accettabili.

Ecco, accanto agli atti formali servono sempre più anche soluzioni sostanziali e in parte diversificate, adeguate agli effettivi bisogni e aspettative dei diversi interessi rappresentati. Infatti, di fronte al rinnovo del contratto collettivo del settore metalmeccanico, fermo al palo da oltre 8 mesi, si ha la sensazione che si stia giocando una partita per il riassetto dei poteri interni all'associazione delle imprese industriali e questo non ha molto a che fare con gli specifici interessi di lavoratori e imprese coinvolte. A dimostrazione di ciò sta il fatto che, sempre nei settori industriali, altri contratti sono stati rinnovati in queste settimane: il settore del vetro, quello degli occhiali (con la famosa Luxottica), il contratto dei chimici vari nelle piccole e medie imprese, quello delle grandi lavanderie industriali, l'igiene ambientale e altri sono in dirittura di arrivo (petrolio, ad esempio).

Al Meeting di Rimini sono attesi, prima di fine agosto, sia il nuovo presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che Annamaria Furlan, leader della Cisl e vedremo se tratteggeranno i segni di un rinnovato percorso o se saremo di nuovo di fronte a "un già visto".

Mentre chiudo l'ufficio mi viene da pensare che forse dovremmo anche abituarci a chiudere con un vecchio modo di guardare la realtà, sempre meno omologata a schemi troppo datati e ormai incapaci di ricomprenderla. Abbiamo la responsabilità di guardare le cose per quelle che sono. Il tempo corre e non ci è dato di farlo scivolare via senza fare fino in fondo la nostra parte.

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COMMENTI
09/08/2016 - Eccesso di aiuti di Stato (Michele Ballarini)

In Italia, al contrario di quel che si pensa, v'è un eccesso di aiuti di Stato. Aiuti derivanti da fondi statali o comunitari (destinati ad implementare anche i POR regionali) che spesso o non vengono utilizzati oppure lo sono ma in maniera distorta. Gli aiuti servirebbero di norma per la realizzazione di investimenti produttivi. Il problema è che in realtà si traducono in sussidi per la sopravvivenza delle imprese, dal momento che la domanda di prodotti/servizi è in crisi e non tutte le aziende possono esportare e aprirsi ai mercati esteri. La dimensione delle imprese (soprattutto PMI) ne condiziona certamente la crescita. Però non è pensabile uno sviluppo dimensionale per tutte le imprese. Crescere, aumentando dimensioni, costa. L'economia riparte piuttosto dal "basso", incentivando i consumi e riducendo la tassazione. Quanto alle politiche occupazionali, l'unica via è svecchiare il "parco buoi", cosa che il Governo non pare intenzionato a fare, considerato che l'APE si tradurrà, come già l'anticipo del TFR in busta paga e il part time pre pensionistico, in un flop.