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Lavoro

RIPRESA E LAVORO/ I tre "dossier" fondamentali per l'Italia

Ci sono alcune questioni importanti riguardanti le politiche del lavoro e le relazioni industriali in Italia. FIORENZO COLOMBO ci aiuta a riassumerle in questa pausa agostana

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Anche le questioni del lavoro e delle relazioni industriali si fermano ufficialmente per una ventina di giorni, ma contatti, rapporti e orientamenti (se non addirittura decisioni) continuano, in qualche caso si fanno addirittura più intensi. Nel riordinare le carte che ho sulla scrivania assegnandole ai vari dossier in cui cerco di lasciare traccia dell'impegno quotidiano sono tre le questioni che mi sentirei di indicare come prioritarie in rapporto alle cose da fare per intervenire sulla gravità della situazione.

La prima questione che le parti sociali hanno di fronte nel nostro Paese è il lavoro, che fa fatica a riprendersi come attività diffusa e generatrice di reddito: sono tanti i settori in stagnazione, ma soprattutto preoccupano le grandi trasformazioni che stanno avvenendo in alcuni comparti (manifatturieri e commerciali innanzitutto), senza che si abbia la percezione degli indirizzi e degli sbocchi. Infatti, come segnalato con dovizia dalla recente indagine parlamentare sulle frontiere dell'innovazione, con particolare riferimento a Industry 4.0, le azioni di sostegno dovranno essere molteplici e da parte di più attori, se vogliamo accompagnare la mutazione di prodotti, servizi e processi per continuare a essere competitivi e poter dimostrare di possedere ancora un made in Italy concreto, pervasivo e all'altezza di aspettative crescenti verso le nostre produzioni e richieste dai mercati internazionali; sul tema le analisi e le conclusioni dei report di Federlegno Arredo e di Ucimu (macchine utensili) sono molto eloquenti.

L'investimento di sostegno a un'imprenditoria diffusa riguarda tutte le dimensioni dell'impresa: finanza e credito, macchinari e ingegneria, marketing e flussi produttivi, flessibilità e formazione (tecnica e trasversale, per orientare comportamenti adeguati e per applicare conoscenze e competenze distintive). E questo è un compito primario delle parti sociali, perché il lavoro non si genera né con i comizi, né con le lobbies (esplicite o nascoste), ma solo attraverso una capillare iniziativa di sostegno a tutti i livelli settoriali e territoriali (quindi non solo romani), non disconoscendo che è il ciclo economico, oltre alle regole e ai comportamenti organizzativi e collettivi, il vero fattore che trascina le attività.

La seconda questione riguarda un'impressionante deficit di alcune decisioni applicative del Jobs Act: infatti, nelle diverse manovre correttive si ha la percezione che le politiche attive, ovvero la predisposizione di sedi e luoghi di orientamento alla ricerca del lavoro per i tanti e diversi protagonisti (gli stakeholders interni al mercato del lavoro), siano ancora molto sulla carta e negli intenti, sia dei nuovi protagonisti dei processi decisionali (di stretta osservanza renziana), sia delle classi dirigenti ministeriali e degli apparati preposti.

Forse una sottile e sempre meno nascosta conflittualità di ruoli e idee sta paralizzando gli sforzi intorno alla necessità di dotarsi di nuovi strumenti e modalità di aiuto a un mercato sempre più flessibile, che genera percorsi brevi, con competenze in qualche caso corte e in altri casi molto trasversali.

Giovani e meno giovani, donne e uomini, inoccupati e collocati in percorsi di ammortizzatori sociali, precari e instabili di media lunga durata, con competenze medio basse o inadeguate (quanti certificati di laurea non in grado di essere attrattivi!): le persone, in particolare coloro che lavorano in modo discontinuo, debbono trovare sedi e accessi informativi efficienti ed efficaci (oltre che informatizzati), in una situazione che va velocizzandosi nei processi di domanda/offerta, con la segnalazione di nicchie e opportunità che rischiano di non trovare persone disponibili.


COMMENTI
09/08/2016 - Eccesso di aiuti di Stato (Michele Ballarini)

In Italia, al contrario di quel che si pensa, v'è un eccesso di aiuti di Stato. Aiuti derivanti da fondi statali o comunitari (destinati ad implementare anche i POR regionali) che spesso o non vengono utilizzati oppure lo sono ma in maniera distorta. Gli aiuti servirebbero di norma per la realizzazione di investimenti produttivi. Il problema è che in realtà si traducono in sussidi per la sopravvivenza delle imprese, dal momento che la domanda di prodotti/servizi è in crisi e non tutte le aziende possono esportare e aprirsi ai mercati esteri. La dimensione delle imprese (soprattutto PMI) ne condiziona certamente la crescita. Però non è pensabile uno sviluppo dimensionale per tutte le imprese. Crescere, aumentando dimensioni, costa. L'economia riparte piuttosto dal "basso", incentivando i consumi e riducendo la tassazione. Quanto alle politiche occupazionali, l'unica via è svecchiare il "parco buoi", cosa che il Governo non pare intenzionato a fare, considerato che l'APE si tradurrà, come già l'anticipo del TFR in busta paga e il part time pre pensionistico, in un flop.