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SINDACATI E POLITICA/ La "firma" attesa da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil

Mercoledì riprenderà la più importante vertenza contrattuale aperta nel nostro Paese: quella del settore metalmeccanico. Cruciale per diversi motivi, spiega GIUSEPPE SABELLA

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Mercoledì riprenderà la più importante vertenza contrattuale in questo momento aperta nel nostro Paese. Si tratta del rinnovo del Ccnl del settore metalmeccanico, industria che, dopo una lunga contrapposizione tra Federmeccanica e sindacati, ha visto Fim Fiom e Uilm indire momenti di astensione dal lavoro molto partecipati dai lavoratori. Ciò che ha diviso sostanzialmente le parti è stata la voce retributiva.

Circa un anno fa, prima dell’inizio della trattativa, Federmeccanica rendeva pubblico il suo Manifesto per le Relazioni Industriali: negli anni della crisi - si leggeva - le retribuzioni pro-capite sono cresciute in termini reali del 6,5%, mentre la ricchezza complessivamente prodotta dal settore è diminuita del 18%; settore che ha inoltre perso circa un quarto del suo capitale e 250.000 posti di lavoro; per questo, “è diventato ineludibile il tema della produttività e del collegamento tra la stessa e i salari”.

Il tema della produttività è stato successivamente sposato da Vincenzo Boccia e, anche, da tutti gli altri candidati alla presidenza di Confindustria, tanto da tradursi poi in un aforisma: “La ricchezza si distribuisce laddove prodotta”. I recenti incentivi fiscali che il Governo ha reso strutturali sul salario di produttività danno, tuttavia, ragione agli Industriali di quanto la questione sia diventata ineludibile, al di là del fatto che già l’ultimo accordo interconfederale del 2009 - pur non firmato dalla Cgil - sul punto era piuttosto chiaro.

Tornando alla trattativa, questa si è arrestata in primavera perché, come si diceva, sono emerse divergenze di posizione, in particolare in relazione a quella parte di salario prevista dal livello nazionale: Federmeccanica non si è mostrata disponibile a riconoscere aumenti. Questo non solo per la comprensibile difficoltà delle imprese a garantire crescita salariale, ma anche per recuperare quei 74 euro in più (4%) erogati nello scorso triennio per via della dinamica inflattiva impazzita. Dal luglio 2017, Federmeccanica prometteva, invece, 37,31 euro in più in busta paga - ma solo per chi è sotto il minimo di garanzia, come elemento perequativo - e di riaggiornare per gli anni a venire i minimi contrattuali sulla base dell’inflazione Istat. Questo è il quadro che non è stato tuttavia ritenuto soddisfacente dai sindacati, secondo i cui calcoli solo il 5% dei lavoratori avrebbe goduto di un ritocco al salario.

Dopo scioperi e sedute ristrette, la soluzione sembra ora più vicina: questo 5% di lavoratori destinati a trovare un ritocco in busta paga crescerà sensibilmente proprio attraverso il recupero dell’inflazione. Mercoledì, infatti, Federmeccanica dovrebbe fare delle aperture e riconoscere un aumento salariale a livello nazionale (i sindacati auspicano per tutti i lavoratori) che sarà però erogato a consuntivo - probabilmente di anno in anno -, considerato che l’inflazione in oggetto è quella reale e non quella prevista.