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REFERENDUM TICINO/ Frontalieri, immigrati e Lega Nord: cosa cambia con il voto?

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Non è un caso, d’altronde, che i ticinesi si siano dichiarati contrari ai frontalieri proprio quando aumentano le richieste di permessi di lavoro per profili occupazionali medio-alti: non è l’arrivo di muratori o operai a preoccupare i nostri vicini, ma quello dei tecnici, degli ingegneri, degli informatici, degli specialisti del sistema creditizio, degli insegnanti. Perché questo significa meno posti di lavoro laddove la fatica intellettuale sostituisce quella fisica, cioè nel regno del benessere. Ma significa anche chiedersi se davvero le scuole svizzere sono al livello di quelle europee o non abbisognano di qualche ritocco. Se i medici e gli infermieri autoctoni sono davvero all’altezza del compito che è loro richiesto o se non subiscano la concorrenza di personale meglio formato e più disponibile, come quello italiano. Cioè, significa rimettersi in discussione.

Allo stesso modo, però, anche noi ci chiudiamo e siamo preoccupati quando vediamo arrivare dalle sponde del Mediterraneo gruppi di persone: perché riteniamo che esse mettano a rischio la nostra fragile ricchezza, le nostre povere certezze quotidiane. Gli indiani che arrivano sono davvero solo “poveri cristi” o non ci sono fra loro ingegneri che potrebbero insidiarci? E perché la Merkel accoglie i siriani, ben formati e competenti? È una catena, una serie di paure: un susseguirsi che ci indigna quando ne siamo le vittime, ma che ci carica oltre misura quando riguarda altri.

Per questo e per altri motivi, per tornare alla Svizzera e al Ticino, i nostri amici rossocrociati dovrebbero pensarci bene e immaginare se, all’improvviso, i trattati per la libera circolazione delle merci venissero rivisti. Quante aziende italiane che si sono spostate appena al di là del confine, attirate da politiche di dumping salariale e da una tassazione “amichevole”, dovrebbero tornare di qua della frontiera? Certo, in tal caso tanti frontalieri rincaserebbero, ma contemporaneamente quanti sarebbero gli svizzeri a divenire meno ricchi?

Se, dunque, è evidente che non si vive di solo groviera e che non si può nemmeno vivere di solo Grana padano, dovremo trarre da questo referendum il coraggio di affermare che non è vero che il solo formaggio buono è quello prodotto a casa propria. In fondo questa consultazione rischia di produrre qualche effetto positivo: perché provare sulla nostra pelle, sulla pelle dei nostri familiari, amici, vicini, l’amaro sapore del rifiuto, potrebbe indurci a considerare “quanto sa di sale lo pane altrui”, per citare il Sommo poeta, e a valutare “l’invasione degli extracomunitari” per quel che essa è, una vera occasione di rilancio delle politiche economiche italiane ed europee e di ripensamento su di sé e il proprio destino.

In fondo, adesso che ci si pensa, anche gli svizzeri sono extracomunitari. O no?

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