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Lavoro

RIFORMA PA/ La svolta possibile per i dirigenti pubblici

All'interno della riforma della Pubblica amministrazione ci sono delle novità importanti per i dirigenti. Una svolta piuttosto delicata, spiega l'avvocato FABIO LIPAROTI

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Con lo schema di d.lgs. approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 25 agosto, il legislatore delegato tenta di riformare la dirigenza pubblica orientandola verso criteri meritocratici per raggiungere una maggiore efficacia ed efficienza dell'apparato amministrativo. Obiettivi ambiziosi e costanti, al centro degli interventi riformatori da parte dei governi che si sono succeduti nel tempo, mai pienamente realizzatisi. Resta centrale nella riforma, coerentemente con tali finalità, il sistema di valutazione dei dirigenti attraverso il quale verificare il raggiungimento degli obiettivi assegnati dall'organo politico e del relativo budget.

Tale sistema, mutuato dal mondo anglosassone, consente di verificare sulla base di parametri oggettivi il livello di efficienza degli uffici rispetto anche alla soddisfazione degli utenti finali. Vi è da dire che la valutazione della performance, già introdotta dalla cosiddetta "Riforma Brunetta", non ha raggiunto gli esiti sperati in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale e all'interno di ogni comparto della Pubblica amministrazione. Le ragioni sono molteplici e non è questa la sede per poter compiutamente approfondire. Ciò che dovrebbe far ben sperare da una prima lettura dello schema di decreto è il mantenimento del sistema di valutazione all'interno di un quadro modificato di reclutamento e di selezione dei dirigenti. Esso avverrà, come già ampiamente ricordato, tramite concorso o corso-concorso.

Una dirigenza selezionata sulla base dei cosiddetti "ruoli" da parte della Commissione valutatrice e sottoposta a un buon sistema di valutazione su parametri rigidi e oggettivi consentirebbe di poter migliorare il livello delle prestazioni da erogare ai cittadini-utenti. Una valutazione slegata da parametri oggettivi e affidata alla discrezionalità dei titolari dell'organo politico, invece, rischierebbe di compromettere l'autonomia e l'indipendenza dei dirigenti medesimi. Questi ultimi si troverebbero non ad "attuare" l'indirizzo politico, bensì semplicemente a "eseguirlo". Si assisterebbe, così, a un tendenziale compromesso al ribasso per la paura del dirigente di ricevere una valutazione negativa e di veder revocato il proprio incarico.

Ciò che anima il dibattito dottrinale è proprio la tutela prevista nel testo di riforma per quel dirigente destinatario di una valutazione negativa che, dichiarato decaduto, vedrebbe rescisso il proprio contratto di diritto privato, ma continuerebbe a ricevere una retribuzione per un periodo limitato nel tempo, seppur ridotta. Si ritiene che lo schema di decreto approvato dal Consiglio dei ministri sia il testo definitivo, seppur l'iter preveda che debbano essere resi i pareri delle commissioni competenti.