BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

REFERENDUM CGIL/ Jobs Act, voucher, appalti: cosa succede se si vota?

Oggi la Corte Costituzionale esamina i tre referendum presentati dalla Cgil. GIULIANO CAZZOLA ci aiuta a capire il contenuto dei quesiti proposti e la conseguenza di un voto su di essi

Susanna Camusso (Lapresse) Susanna Camusso (Lapresse)

“Questa è proprio follia, ma non senza un metodo”. Così il cortigiano Polonio commenta la pazzia del principe Amleto. Bene. Nei tre quesiti referendari (licenziamenti, voucher, appalti) promossi dalla Cgil, sui quali la Consulta si pronuncerà oggi, purtroppo ci sono solo palesi tracce di follia, senza un briciolo di metodo. Secondo le previsioni (peraltro molto incerte), due quesiti (quelli su voucher e responsabilità negli appalti) saranno dichiarati ammissibili, il terzo probabilmente no, dal momento che contiene più domande e la sua approvazione determinerebbe non già la semplice abrogazione di talune norme, ma la promozione - con la tecnica del “taglia e cuci” del testo dell’articolo 18 “novellato” dalla legge n.92/2012 - di una nuova disciplina del licenziamento individuale. Ma le questioni di natura giuridica sono ormai nelle mani dei giudici delle leggi. 

È il caso, invece, di sottolineare gli effetti economici, sociali e occupazionali che l’eventuale approvazione dei quesiti da parte degli elettori produrrebbero nella vita concreta delle imprese e di conseguenza dei lavoratori. Ciò, perché se si andasse a votare per tutti tre i quesiti gli italiani - come hanno fatto in passato in circostanze analoghe - farebbero bene a non recarsi alle urne evitando così il raggiungimento del quorum necessario per la validità della consultazione. 

Partiamo dalle conseguenze che avrebbe l’approvazione del quesito in materia di licenziamenti. Sarebbe abrogato, innanzitutto, il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Che cosa succederebbe, allora, dei contratti che sono stati stipulati secondo quanto previsto dal dlgs n.23 del 2015 che pure ha rappresentato un fattore di stabilizzazione del lavoro? Non viene il dubbio che, in attesa del referendum, le aziende non solo non assumerebbero più, ma ricorrerebbero al licenziamento degli assunti dopo il 7 marzo 2015, proprio per poter utilizzare una procedura più flessibile, prima di vedersi piombare addosso la vecchia disciplina, vigente la quale, forse, non avrebbero mai assunto? Ma l’aspetto più inaccettabile è un altro: la reintegra viene estesa alle aziende e ai datori che occupano più di 5 dipendenti (anziché 15 come è sempre stato). Il che significherebbe non solo cambiare le regole del recesso per centinaia di migliaia di imprese (e milioni di lavoratori), ma fare della struttura produttiva del Paese un corpo ingessato, un campo minato da cui fuggire lontano. 

Ma di questo quesito si è parlato molto; meno degli altri. Quello sui voucher è tornato alla ribalta quando si è scoperto che anche il sindacato pensionati della Cgil di Bologna ne fa uso per retribuire i propri attivisti. Come reazione, la Confederazione di Susanna Camusso ha minimizzato (come disse Palmiro Togliatti, “anche nella criniera di un nobile destriero si possono nascondere dei pidocchi”), ma il fenomeno è sicuramente più esteso. Del resto, sono stati gli stessi dirigenti di quel sindacato ad ammettere che, in mancanza dei voucher, non saprebbero come pagare quelle prestazioni (non troppo) occasionali. Tanto che l’assessore al lavoro della Regione Emilia Romagna, Patrizio Bianchi, ha dichiarato con onestà intellettuale che: “Sui voucher è meglio non buttare il bambino con l’acqua sporca. I voucher sono nati come alternativa al lavoro nero per interventi particolari di natura straordinaria e non ripetitiva […]. Se non ci saranno più i voucher - ha proseguito - bisognerà pensare a uno strumento del genere per disciplinare quel tipo di prestazioni: l’alternativa altrimenti è il lavoro nero”.