BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SINDACATI E POLITICA/ La sconfitta della Cgil oltre il referendum sull’articolo 18

Susanna Camusso (Lapresse) Susanna Camusso (Lapresse)

È evidente anche dallo stesso esempio sindacale che i voucher, introdotti proprio come forma di pagamento per lavori saltuari, hanno svolto il compito per cui sono stati introdotti nella nostra legislazione ben prima del Jobs Act. La crescita della loro diffusione è coincisa comunque con una fase di crescita occupazionale caratterizzata dall’uso di contratti a tempo determinato, indeterminato e da apprendistato. Il limite annuo di 7.000 euro di voucher incessabili (di cui non più di 2.000 dello stesso committente) è già indice comunque del fatto che non può sopperire a contratti di lavoro stabili e continuativi.

Solo negli ultimi mesi dell’anno trascorso è uscito al primo rapporto Inps per un’analisi quantitativa e qualitativa dei voucher. Quasi il 50% sono incassati da studenti e pensionati. Commercio, turismo e ristorazione sono i settori dove sono più diffusi. Complessivamente non coprono l’1% delle ore lavorative annue totali prestate. Si sta perciò facendo una questione ideologica intorno a uno strumento che si è rivelato efficace anche se richiede una specifica manutenzione. La possibilità di implementare la tracciabilità dell’uso dei voucher e la verifica del rispetto sia dei tetti che della dichiarazione preventiva del loro uso permetterebbero, assieme a un’analisi valutativa dell’uso annuale per singola impresa utilizzatrice, di individuare con certezza gli abusi e colpire chi ne fa un utilizzo improprio. La semplice abrogazione riaprirebbe invece le porte al lavoro nero. Meglio utilizzare vincoli di settore (no edilizia, favorire lavoro domestico, per esempio) e tracciabilità per dare certezza e trasparenza al loro utilizzo.

Il terzo quesito appare ancora più oscuro. A fronte delle dichiarazioni Cgil perché aumentino le garanzie per i lavoratori occupati in lavori oggetto di appalto o subappalto, con il quesito si cancella la possibilità, prevista della norma, che siano le stazioni appaltanti e gli stessi sindacati a definire forme di controllo. Può essere che le norme non siano chiarissime e possano prestarsi a interpretazioni dubbie. Ma colpisce come anche in questo caso si tenda a scaricare sulle norme e su eventuali accordi contrattuali le responsabilità di tutela dei lavoratori che già ora la legge dà come facoltà al sindacato stesso.

In conclusione, si può dire che con la soppressione del quesito sull’articolo 18 la campagna di opposizione al Jobs Act della Cgil si trova senza la bandiera principale. Gli altri due quesiti possono tranquillamente essere risolti da interventi legislativi che correggano alcune parti applicative delle norme. Anche chi sperava nel referendum per avere un’arma di pressione per chiedere elezioni anticipate ed evitare il voto referendario non ha più qui una sponda utile. Al sindacato e ai politici che speravano in questi aiuti esterni non resta che riflettere e assumersi fino in fondo la loro responsabilità di tutelare meglio il lavoro e cercare un accordo politico che permetta di proseguire sulla strada delle riforme. 

© Riproduzione Riservata.