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REFERENDUM CGIL/ Cosa può cambiare con il voto degli italiani

La Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibili due dei tre referendum presentati dalla Cgil. FRANCESCO SIBANI ci spiega che tipo di decisione chiedono di prendere agli italiani

Susanna Camusso (Lapresse) Susanna Camusso (Lapresse)

Com'è noto, la scorsa settimana la Corte Costituzionale si è pronunciata sull'ammissibilità dei tre quesiti referendari proposti dalla Cgil, bocciando il referendum relativo alla materia dei licenziamenti e ammettendo quello sui "voucher" e quello sulla responsabilità delle imprese appaltatrici. Se sono (abbastanza) risapute le questioni sottese al referendum sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, lo stesso non può dirsi anche per le tematiche relative ai due quesiti ammessi. 

Il primo si riferisce al cosiddetto lavoro accessorio. Questo tipo di lavoro, introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento dalla Legge Biagi (D.Lgs. n. 276/2003), è stato successivamente oggetto di più interventi normativi, l'ultimo dei quali contenuto nel Jobs Act (più precisamente, nel D.Lgs. n. 81/2015). Inizialmente, la legge prevedeva che il lavoro accessorio potesse essere prestato soltanto da soggetti a rischio di esclusione sociale, studenti, casalinghe o pensionati, che potesse essere utilizzato esclusivamente per determinate attività occasionali (quali lavori domestici, assistenza domiciliare, ripetizioni private, piccoli lavori di giardinaggio e di pulizia e manutenzione di edifici e monumenti, manifestazioni sociali, sportive, culturali e caritatevoli e collaborazione con enti pubblici e associazioni di volontariato per lo svolgimento di lavori di emergenza) e che i lavoratori non potessero complessivamente guadagnare più di 3.000 euro all'anno. A seguito delle modifiche legislative successivamente intervenute e, da ultimo, dell'entrata in vigore del Jobs Act, il lavoro accessorio ha perduto il limite dell'occasionalità, si può usare in qualsiasi contesto produttivo e ha un tetto massimo di 7.000 euro all'anno. 

Il lavoro accessorio si caratterizza anche per il particolare meccanismo di pagamento del compenso: il datore di lavoro che intenda utilizzare una prestazione di lavoro accessorio deve acquistare dei buoni (i "famosi" voucher), del valore nominale di 10 euro presso le rivendite autorizzate (sedi Inps, banche, tabaccai, uffici postali). I voucher vengono poi utilizzati per pagare il lavoratore, che dovrà rivolgersi al concessionario (Inps e Agenzie per il lavoro) per ricevere l'effettivo pagamento, decurtato dalle trattenute previste per legge (il valore netto è di 7,5 euro). 

Secondo i dati dell'Inps, a seguito delle modifiche introdotte dal Jobs Act (i cui detrattori parlano di "liberalizzazione" del lavoro accessorio), l'uso dei voucher è notevolmente aumentato. Per diversi commentatori questo dato sarebbe indice di una maggior precarizzazione del mercato del lavoro e nasconderebbe il tentativo di occultare il lavoro "in nero": anche in considerazione del fatto che la maggior parte dei voucher sono utilizzati nei settori alberghiero e della ristorazione, si teme che molti datori di lavoro retribuiscano con i buoni solo una parte delle ore di lavoro effettivamente prestate, che per il resto verrebbe pagato in nero.

Per questi motivi il quesito referendario mira ad abrogare del tutto la disciplina del lavoro accessorio, con la conseguenza che in caso di successo del referendum tutti i datori di lavoro (compresi i privati che hanno bisogno di una colf) dovrebbero ricorrere ad altre forme di lavoro ritenute più facilmente "controllabili" (ad esempio le prestazioni di lavoro autonomo occasionale, i contratti a termine di breve durata, il lavoro somministrato, il lavoro intermittente, ecc.).