BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

INDUSTRIA 4.0/ Come "salvare" il lavoro dalle macchine

LapresseLapresse

Non lo sappiamo, non possiamo saperlo, anche perché a memoria d'uomo, Industria 4.0 ha un solo precedente nella Storia, e cioè la famosa rivoluzione dei P&P, cioè la moltiplicazione dei Pani e Pesci, attività di cui detiene il segreto una persona che però non sappiamo esattamente quando tornerà disponibile alla bisogna. Nel momento in cui ci poniamo il problema del rapporto tra innovazione e occupazione, sarà bene quindi che ci domandiamo anche cosa leghi insieme questi due elementi: e la sola risposta possibile è che essi sono congiunti dal tema della formazione, della qualifica professionale, in altri termini del peso del fattore umano.

La distanza tra l'innovazione e l'occupazione cresce, infatti, perché le rispettive velocità sono incompatibili: la prima fila con il Frecciarossa, la seconda arranca come una littorina. Inventare, coordinare, costruire "app", è attività quotidiana. Formare, e per di più formare esseri umani, attività che implica anzitutto una libertà ineludibile di fondo, ecco questa è una impresa che richiede tempi lunghi: non biblici, ma certamente tempi lenti rispetto alla tecnologia.

Questo spiega dunque perché, stando a quanto l'Ocse va dicendo, Industria 4.0 nel 2020 avrà prodotto 2 milioni di nuovi posti di lavoro e ne avrà distrutti 5 milioni. Occorre dunque agire in due direzioni: anzitutto un'inversione di tendenza nell'istruzione che sappia coniugare i due saperi, il saper fare e il saper essere. E poi un rinnovamento della scuola. Le riforme scolastiche, da quelle più recenti a quelle più antiche, hanno sempre fotografato la situazione in essere e cercato di adeguare il sistema formativo a quel che "in quel momento" era l'impresa e il sistema produttivo. Non a caso la formazione professionale da anni va interrogandosi su quale forma darsi. La domanda cui rispondere però sarebbe piuttosto quella di quale "velocità" dare alla formazione continua. Viceversa la distanza tra creazione di macchinari performanti e creazione di posti di lavoro sarà sempre più grande.

Nel corso della storia raramente l'uomo ha saputo valutare al giusto i ritmi degli sviluppi tecnologici: e si pensi, per tornare all'esempio di prima, allo stupore di quelle 5000 persone davanti alla moltiplicazione dei pani e dei pesci! Anche oggi non sappiamo in quale direzione andrà l'evoluzione scientifica e tecnologica, ma in compenso sappiamo che essa ha perfino assunto ritmi superiori a quelli sperimentati dall'economia globale negli ultimi decenni.

Ogni tanto salta fuori Keynes, e sul keynesismo si accendono dibattiti tra destra e sinistra, tra ex e post (ex comunisti e post capitalisti). In realtà, sempre più appare chiaro che ineludibile funzione futura dello Stato sarà di farsi promotore e garante (non per forza gestore, né gestore unico), della formazione continua, dell'istruzione, dell'innovazione e del progresso tecnico: è qui che gli investimenti pubblici (non solo statali ma pubblici nel senso più lato del termine) dovranno essere concentrati, non solo in quanto naturali moltiplicatori della domanda (e perciò della occupazione), ma soprattutto come diffusori di produttività privata attraverso utili infrastrutture e ricerca di base.

Forse così recupereremo qualcuno tra quei milioni di lavoratori, tute blu e bianche, che "il progresso" ha spinto e spinge ai margini.

© Riproduzione Riservata.