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Riforma pensioni novità 2017/ Ape, Quota 41, lavoratori precoci (ultime notizie live e news, oggi 28 gennaio)

Riforma pensioni novità 2017, oggi 27 gennaio: Ape, lavoratori precoci, nuove richieste per Quota 41. Tutte le novità e le ultime notizie sui principali temi previdenziali

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I lavoratori precoci non mollano e continuano la loro battaglia per una riforma delle pensioni che contempli Quota 41 per tutti e non per una ristretta platea di persone come avviene a seguito delle novità introdotte dalla Legge di stabilità. Rosa Poloni, del comitato veneto, è stata ospite l’altra sera di Rete Veneta e ha avuto modo di ricordare come i lavoratori precoci siano stati penalizzati dalla Legge Fornero, chiedendo che anche per i politici scatti, pochi giorni prima del giorno utile per maturare il vitalizio, una legge che sposta tale termine in avanti nel tempo, un po’ come successo nel loro caso. La Poloni ha ricordato l’importanza del ricambio generazionale, oggi ostacolato proprio dal fatto che persone come lei devono restare più a lungo al lavoro, senza dimenticare che ciò genera una situazione per cui una persona, una volta raggiunta la pensione, deve continuare a occuparsi del mantenimento dei figli che non trovano occupazione. Vedremo se il nuovo Governo accoglierà le richieste dei lavoratori precoci.

Forse giovedì si potrà scrivere la parola fine sulle polemiche aperte da Tito Boeri sulla riforma delle pensioni. Maurizio Sacconi, infatti, ha fatto sapere che quel giorno Giuliano Poletti sarà in commissione Lavoro al Senato “per motivare la sostenibilità delle misure previdenziali contenute nella legge di stabilità”. Sul blog dell’Associazione amici di Marco Biagi, l’ex ministro ha spiegato infatti che il Presidente dell’Inps aveva messo in dubbio la stabilità della spesa pensionistica dopo gli interventi approvati dal Governo Renzi, di cui Poletti stesso faceva parte. Sacconi ha evidenziato l’importanza del chiarimento che ci sarà, dato che è in corso una negoziato con la Commissione europea riguardo la richiesta di una manovra aggiuntiva e “una valutazione insufficiente degli oneri conseguenti alle norme di flessibilità dell’età di pensione toglierebbe fiducia all’Italia nel negoziato in corso sulla manovra e potrebbe aprire un più ampio contenzioso sulla sostenibilità del debito pubblico dell’Italia”.

Prosegue lo scontro tra Anm e Governo: la mancata riforma delle pensioni, con la revisione dell’età pensionabile per tutti i magistrati e non solo per le cariche più apicali, sta causando una spaccatura che sembra difficile da sanare. Piercamillo Davigo, Presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ha spiegato che il problema “non sta nelle pensioni, ma è una questione collegata all’indipendenza della magistratura”. Di fatto c’è il sospetto che l’esecutivo possa decidere che deve fare il giudice e chi no, ma “i governi non possono decidere i giudici”, ha sottolineato l’ex membro del pool di Mani pulite. Che ha poi detto di essere disponibile qualora l’esecutivo voglia porre rimedio al vulnus creato, consistente nel fatto che “era stato preso un impegno formale, scritto, ma non è stato rispettato”. In effetti ci si aspettava che con il decreto milleproroghe il Governo intervenisse sul tema, ma così non è stato.

Dopo l’Ape, il Governo potrebbe tornare a discutere di riforma delle pensioni con i sindacati. I quali hanno chiesto da tempo di dividere assistenza e e previdenza. A questo proposito può essere interessante notare che il numero delle pensioni di invalidità continua a crescere. La Nuova Sardegna segnala in particolare che nella regione c’è stato un aumento del 2,4% annuo nel 2016: un dato secondo solo al +3,7% del Lazio. Il Comitato regionale dell’Inps ha segnalato in particolare un +2,92% nella provincia di Sassari, seguita da Carbonia Iglesias (+2,9%). Sopra il +2% anche Cagliari (+2,34%) e Oristano (+2,16%). Nella provincia del capoluogo si registrano però i costi più alti con oltre 238 milioni di euro sui 683 complessivi. Le prestazioni di invalidità civile a livello regionale sono complessivamente più di 136.700, con un aumento superiore alle 3.200 unità in un anno.

La riforma delle pensioni varata alla fine dell’anno scorso non ha bloccato il recupero della rivalutazione delle pensioni erogata nel 2015 e dunque c’è voluta la promessa del Governo di bloccare tale “prelievo” con un emendamento al decreto milleproroghe per evitare una piccola beffa per i pensionati. Tutta colpa anche dell’inflazione zero, la quale ha anche un’influenza sulle aliquote di rendimento utili per il calcolo della pensione. Infatti, l’Inps ha comunicato, proprio in ragione dell’inflazione zero, di aver lasciato invariati i tetti pensionabili oltre i quali vengono ridotte le aliquote di rendimento. In buona sostanza oggi per ogni anno di lavoro soggetto a contribuzione viene riconosciuto, presso l’assicurazione generale obbligatoria, il 2% della retribuzione pensionabile, fino a un massimo di 40 anni di contributi. Ciò fa sì che un lavoratore possa arrivare a rendita pensionistica pari all’80% della media delle ultime retribuzioni. Al di sopra di un determinato limite di retribuzione, tuttavia, il rendimento diminuisce, in modo da evitare che ci siano assegni di importo troppo elevato.

L’abbattimento può addirittura raggiungere il 55% nel caso si abbia un reddito vicino agli 88.000 euro. Queste regole valgono anche per i dipendenti pubblici. Dunque calcolare quanto si guadagnerà una volta in pensione non è per nulla semplice, per questo è sempre consigliabile farsi assistere dai patronati o da esperti consulenti della materia. La semplice busta arancione dell’Inps, per quanto utile, non potrà mai infatti contenere una previsione precisa su quale sarà l’importo del proprio assegno. 

Un’indicazione importante sull’Ape, la novità principale della riforma delle pensioni, è arrivata da Stefano Patriarca, consigliere economico di palazzo Chigi, il quale ha spiegato che l’Anticipo pensionistico volontario si baserà su un prestito con un tasso di interesse intorno al 2,5%. “Considerando che è un indebitamento di lungo periodo, a 20 anni, un tasso fisso che non cambia è una condizione finanziaria molto agevolata”, ha spiegato. E in effetti se il periodo di tassi bassi dovesse cessare come pare plausibile grazie all’aumento del costo del denaro che la Federal Reserve ha messo in moto, allora quel 2,5% potrebbe risultare vantaggioso nel medio-lungo periodo. Tra l’altro Patriarca ha ricordato che l’Ape consente di continuare a lavorare con un contratto part-time e dunque, per chi ne ha la possibilità ovviamente, potrebbe esserci il modo di ripagarsi la penalizzazione che sia avrà sul proprio assegno pensionistico.

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