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SPILLO/ Licenziamento per profitto, la nuova "invenzione" dei giudici

Una sentenza della Corte di Cassazione è destinata a fare discutere molto riguardo le motivazioni di un licenziamento. Con SERGIO LUCIANO vediamo perché

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Licenziare per fare più utili, e non per evitare la crisi aziendale: secondo la Corte di Cassazione è legittimo, e con una sentenza senza precedenti l'ha deciso respingendo "con rinvio" una decisione della Corte d'Appello di Firenze che aveva ordinato a un'azienda alberghiera di lusso, che aveva licenziato un suo dirigente perché non più necessario all'organizzazione aziendale, di pagargli 15 mensilità d'indennizzo. Nossignore: secondo la Cassazione, "ai fini della legittimità del licenziamento individuale intimato per giustificato motivo oggettivo ai sensi dell'art. 3 della I. n. 604 del 1966, l'andamento economico negativo dell'azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare ed il giudice accertare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all'attività produttiva ed all'organizzazione del lavoro, tra le quali non è possibile escludere quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività dell'impresa, determinino un effettivo mutamento dell'assetto organizzativo attraverso la soppressione di una individuata posizione lavorativa".

Cose del genere dimostrano che la magistratura in Italia non è, non è mai stata né mai potrà essere una soluzione ai mali del Paese, essendone in realtà una pesante concausa. Mentre giustamente una parte del Paese s'interroga sull'iniquità dei voucher - sul quale incombe un referendum - e sui gravi limiti dimostrati dal Jobs Act; mentre il Papa richiama continuamente al valore sacrale del lavoro; mentre il presidente Mattarella esordisce nel suo discorso di fine anno con un forte appello per il lavoro, arriva la Cassazione - fresca fresca - e stabilisce che licenziare per aumentare il profitto si può.

Leggiamoci un momento l'articolo 41 della Costituzione, ma per intero: "L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali". Chiaro, no? Inequivocabile! L'utilità sociale è una premessa inviolabile per il ruolo dell'impresa. E cosa c'è di più utile, socialmente, del lavoro? E il diritto al profitto, che a sua volta è imprescindibile per l'attività d'impresa, non deve forse esprimersi entro i "programmi e i controlli opportuni" che la legge determina per indirizzare e coordinare l'attività d'impresa "a fini sociali"?

I giudici presuntuosi e ignoranti, che invadono il campo del legislatore, possono partorire mostri. E questa sentenza è una tipica figlia dell'assurdo. La nostra Costituzione - non a caso invisa ai "cattivi maestri" della Jp Morgan tanto cari a Matteo Renzi, che la inserirono a pieno titolo, nel 2013, tra le costituzioni europee troppo socialiste da cambiare - stabilisce linee-guida che nel concreto la politica si è finora incaricata, con discreto successo, di applicare, affidando al welfare il ruolo di "ammortizzatore sociale": il welfare consente cioè alle aziende di tagliare bruscamente, quando occorre, i loro costi del personale, senza mandare di punto in bianco e senza alcun paracadute in mezzo alla strada i lavoratori. 

Il paracadute dei dirigenti si chiama indennizzo, e alla sua erogazione le aziende concorrono al 100%, in cambio del fatto che da sempre il dirigente va indennizzato, ma non può pretendere di essere riassunto; il paracadute dei lavoratori si chiama con molti modi diversi - Cassa integrazione, sussidio di disoccupazione, eccetera -, ma entrambi servono a fare gli interessi del sistema collettivo nazionale: l'interesse dei licenziati, che grazie al welfare o agli indennizzi aziendali risentono, sì, della perdita del posto, ma non nella misura e nella drammatica impellenza che altrimenti dovrebbero sostenere; ma in fondo anche l'interesse dell'azienda che li licenzia, o comunque del ceto imprenditoriale, perché solo da un sostegno al reddito collettivo nei periodi di crisi - quale, in concreto, sono tutti gli interventi economici che rientrano nel'accezione di "welfare" - si mantiene attivo quell'adeguato livello di domanda interna che serve a far stare in saluta l'economia di un Paese.