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Lavoro

REDDITO DI CITTADINANZA/ La manovra che aiuta le élite, ma non il popolo

Il reddito di cittadinanza torna a tener banco nel dibattito politico. Per EMMANUELE MASSAGLI sul tema occorre una riflessione profonda sugli effetti di una misura di questo tipo

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REDDITO DI CITTADINANZA. Si è tornati a parlare di reddito di cittadinanza. L’avvio della sperimentazione finlandese di una sorta di “rendita” biennale di 560 euro/mese per alcuni disoccupati sorteggiati casualmente, le recenti polemiche politiche sulla legge delega per il contrasto alla povertà (che prevede una sorta di assegno sociale per gli indigenti) e i nuovi dati sull’aumento delle persone escluse dal mercato del lavoro e dal welfare hanno riacceso le braci di un dibattito piuttosto risalente e tecnicamente più complesso di quel che potrebbe sembrare. 

La prima difficoltà è terminologica: al centro della discussione non vi è, quantomeno in questo momento, la preoccupazione di garantire per legge un salario minimo (in Italia non presente, ipotizzato nel Jobs Act, ma poi mai realizzato); neanche si tratta di definire nuove e diverse indennità di disoccupazione, forme di sussidio che nel nostro Paese sono solitamente su base assicurativa, ovvero pagate dal versamento dei contributi. Il confronto si gioca invece sull’opportunità politica, la ragionevolezza sociale e la sostenibilità finanziaria di una particolare forma di sussidio universale concesso e dimensionato dalla legge, avente lo scopo di assicurare la sussistenza di qualsiasi cittadino che si trovi in uno stato di indigenza.

È evidente che si tratta di una soluzione costosa e densa di implicazioni culturali e sociali. Per i sostenitori si tratterrebbe di un atto di equità, inclusione e redistribuzione delle risorse; per i detrattori, al contrario, di uno strumento demotivante, che si presterebbe a opportunismi che finirebbero per incoraggiare l’inattività dei percettori del reddito e non la necessaria ricerca di nuova occupazione e di migliori condizioni di vita.

L’eccessiva semplificazione è solitamente nemica della ricerca della verità. Anche in questo caso le due opzioni non sono “una nera e una bianca”; questo dilemma apparentemente semplice nasconde infatti ragionamenti, analisi (e forse ideologie) complesse. Queste strade divergono in conseguenza alla risposta alla domanda: la nostra società futura sarà ancora “fondata sul lavoro”? 

Se il responso è positivo, facilmente ne deriva un’avversione al reddito di cittadinanza, poiché la centralità del lavoro nella vita delle persone, e quindi la previsione di un futuro con un mercato del lavoro più ampio di quello attuale, garantisce la sostenibilità del sistema di welfare che conosciamo. Certo, da correggere rispetto ad aspettative di vita più elevate, pesi di lavoro più leggeri, quantomeno fisicamente, competizione internazionale, ecc.; a ogni modo si tratterebbe di operare un restyling della previdenza e dell’assistenza sociale che già conosciamo. Se anche in futuro le prestazioni saranno pagate con il versamento dei contributi, il reddito minimo ha senso solo per fasce di popolazioni molto deboli, inabili al lavoro.

Al contrario, se si immagina un futuro nel quale, in esito alla crisi economica ancora in essere, alla violenza e spietatezza della competizione globale e alla sostituzione del lavoro delle persone con il lavoro delle macchine, sempre più intelligenti (la cosiddetta quarta rivoluzione industriale), il fattore “lavoro” sarà minore di quanto conosciuto finora, allora la riflessione sul reddito di cittadinanza assume tutt’altro rilievo. Non sarebbe possibile costruire il welfare attorno a versamenti contributivi sempre minori e non continuativi: in qualche modo bisognerà quindi garantire un’esistenza dignitosa a chi non lavorerà, redistribuendo il reddito generato da imprese sempre più multinazionali, tecnologizzate e ricche.


COMMENTI
05/01/2017 - Certo!!! Ma quante difficoltà! (Luigi PATRINI)

Sì, sarebbe davvero utile approfondire seriamente la tematica, che facilmente si presta ad interpretazioni equivoche. La questione è davvero complessa; soprattutto dal punto di vista "culturale". Il reddito di cittadinanza garantisce il profitto alle Aziende; ma esse si accontenteranno? Mi pare che ci stia sempre più affermando una concezione secondo la quale si deve lavorare per guadagnare di più, non per vivere. Chi avrà un reddito fisso di cittadinanza non si accontenterà e, giustamente, non vorrà non-lavorare, perchè gli resterà il problema di lavorare-per-esprimersi; chi venderà di più perchè tutti guadagnano vorrà sempre più guadagnare-di-più. La nostra cultura (?) del lavoro tende sempre più a ridurre i posti di lavoro e/o a farli occupare da androidi o da sofisticati congegni elettronici; non si torna indietro ad un'epoca, come quella medioevale in cui tutto poteva essere regolato da sagge e giuste regole delle Corporazioni, che non avevano come obiettivo la "concorrenza nel guadagnare", ma la "concorrenza nel poter vivere tutti in modo più o meno dignitoso e di farsi la concorrenza nella bellezza del proprio prodotto". Anche in questo caso i cristiani potrebbero avere la capacità di proporre delle vere e proprie sfide. A partire dal piano culturale, ovviamente!