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LICENZIAMENTO E PROFITTO/ Il pericoloso "processo" alla libertà d'intrapresa

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Ora, sembra a chi scrive che forse le posizioni critiche possano trovare origine da un retaggio italico, che guarda con sospetto il profitto e per estensione tutta la categoria degli imprenditori, con ciò scordando che le imprese devono ottenere risultati economici!

Quando un'azienda assume un lavoratore (capace) piuttosto che un altro (incapace); quando esternalizza le attività di un dato reparto, magari licenziando gli addetti a tale settore; quando progetta e realizza un nuovo prodotto; quando investe per realizzare un nuovo stabilimento produttivo; ebbene in tutti questi casi ultimamente cerca di massimizzare i risultati economici. Lo scopo dell'impresa non è appena il profitto, ma non si può negare che è anche attraverso di esso che essa persegue i suoi obiettivi, qualunque si ritiene possano essere. "Demonizzare" il profitto non contribuisce a capire i meccanismi di funzionamento dell'impresa e riduce la concezione stessa di uomo.

Altro discorso è come questo profitto venga impiegato, ma su tale aspetto non ci si può esprimere: forse pronunceremmo un giudizio meno caustico sui giudici di legittimità se il datore di lavoro si fosse premurato di far sapere a tutti che con il risparmio di costi conseguenti al licenziamento è riuscito a fare una cospicua donazione ai bambini poveri delle regioni del terzo mondo; o ha finalmente recuperato quelle somme necessarie per fare un intervento costosissimo alla sua povera mamma malata e in fine di vita; o ha (meno ironicamente) finalmente potuto adeguare la sua azienda ai migliori standard di sicurezza!

Il punto da cui muovere per giudicare - non dico tecnicamente, ma sostanzialmente - mi sembra debba essere la libertà della persona e, nel caso di specie, la libertà di intrapresa che la persona ha; e se c'è stima per tale libertà o meno. L'uso di essa è rimesso all'individuo ed è illiberale e ultimamente violento volerne sindacare l'esercizio, sempre che - ovviamente - questo si muova nell'ambito della legittimità.

A me indispettisce un legislatore (o un sociologo, o un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete) che voglia entrare nel letto delle coppie, per dir loro cosa si intenda per voler bene (come è successo con alcune leggi emanate l'anno passato); o nei banchi delle scuole, per spiegare ai bambini quel che i loro genitori non son capaci di fare; o nel portafoglio degli imprenditori, per suggerire loro quali impeti ideali debbano animarli nel loro lavoro. E mi spaventa ancor di più che, avendo paura della libertà delle persone, anziché aver premura di educarla, si invochino interventi esterni che ne limitino l'esercizio in nome di un bene superiore.

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