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IL CASO/ Il taglio all’orario di lavoro per aumentare l’occupazione

Anche in Italia comincia a farsi largo un’idea già in atto in Svezia: diminuire l’orario di lavoro settimanale per aumentare l’occupazione. Il commento di GIUSEPPE SABELLA

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La chiamano “solidarietà espansiva”. Si tratta del contenuto di un disegno di legge cui sta lavorando il giurista Piergiovanni Alleva, membro del Consiglio Regionale dell’Emilia-Romagna. La proposta propone di accorciare la settimana lavorativa - da 5 a 4 giorni - per assorbire disoccupazione, creando “un posto di lavoro in più ogni quattro occupati”. Si tratta in sostanza di ridurre l’orario lavorativo come - ne abbiamo scritto mesi fa su queste pagine - avviene in Svezia. Anche se in modo diverso. In Svezia sono infatti crescenti i casi di aziende - private e pubbliche - che hanno introdotto la giornata lavorativa a 6 ore. Non si tratta di una novità: i primi esperimenti risalgono a oltre un decennio fa, vedasi l’importante caso Toyota e quelli successivi di aziende come Filimundus e Brath. Alla fine, il risultato è sempre quello: ridurre l’orario quotidiano a 6 ore migliora il rapporto vita-lavoro e rende i lavoratori più produttivi.

Naturalmente non si tratta di ridurre orario di lavoro e, anche, retribuzione; ma di conservare per il lavoratore il suo potere d’acquisto. È una sfida possibile? Partiamo dal presupposto che una società - secondo i parametri Eurostat - si dice economicamente e socialmente in equilibrio se ha almeno il 70% della popolazione in grado di lavorare effettivamente occupata. Le economie avanzate in Europa sono su questi parametri, l’Italia ne è molto lontana (circa 57%). Consideriamo inoltre che il work-life balance dovrebbe essere obiettivo delle politiche del lavoro oltre che dell’impresa: questo per calmierare le tendenze dell’economia globale (in molti casi chi lavora full time, lavora oltre le 8 ore) e, anche, per crescere produttività del lavoro.

Il caso di studio della casa di cura Svartedalens di Gothenburg (68 dipendenti), che il governo ha scelto di monitorare, offre qualche indicatore interessante: nell’arco di 12 mesi, con la riduzione dell’orario giornaliero, si è osservata una notevole riduzione delle assenze per malattia (-50%) e per permessi (-280%); la produttività aziendale risulta incrementata del 64%; la soddisfazione del personale coinvolto registra un incremento (+20%). Va naturalmente considerato, insieme a questi dati certamente positivi, il bilancio economico dell’operazione: per coprire i turni lavorativi, la casa di cura ha dovuto assumere 15 infermiere in più, con un’evidente crescita dei costi della produzione, contenuti in parte (50% circa) dalla diminuzione delle assenze per malattia e per permessi.

Al di là delle 6 ore o delle 4 giornate lavorative, la riduzione dell’orario lavorativo si presenta quindi come un problema prettamente economico: com’è possibile pensarne la sua fattibilità conservando il potere d’acquisto dei lavoratori e, contemporaneamente, assumerne di nuovi? Piergiovanni Alleva ci dice che basterebbe tagliare la settimana di lavoro da cinque a quattro giorni sfruttando uno strumento che già esiste, i contratti di solidarietà espansiva, favorendoli con incentivi e andando poi a coprire le ore mancanti con nuove assunzioni, con un impegno finanziario “non troppo oneroso” per la Regione. In Emilia-Romagna i lavoratori dipendenti sono 2 milioni e i disoccupati 160mila: l’effetto della riduzione sarebbe quindi più che doppio della disoccupazione esistente - afferma Alleva -, visto che sarebbe pari a 400mila persone.