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CONSIGLI NON RICHIESTI/ La formazione per trovare (e creare) lavoro

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Questo fatto emerge con forza dagli studi empirici di Heckman (premio Nobel per l’economia), nei quali viene dimostrato che per lavorare ci vuole oggi un uomo dotato di una “personalità” completa, non uno divorato solo dall’ansia di riuscita o distaccato dalla realtà. Heckman mostra inoltre che un uomo siffatto è meno soggetto a depressione, negatività verso la vita, comportamenti malsani, incapacità di reagire di fronte ai cambiamenti continui. Anche gli studi che stiamo compiendo, sull’analisi degli annunci di lavoro che le imprese italiane effettuano attraverso il web (oltre due milioni di annunci osservati negli ultimi tre anni), rivelano come le aziende diano ampia attenzione alle soft skill per tutte le professioni richieste e quanto siano sempre più rilevanti per la scelta dei candidati.

Ma le soft skill non sono un fatto “naturale” che una persona possiede perché ne è dotata dalla nascita. Come dimostrato in diversi studi, sono il frutto crescente di un’educazione, che rappresenta per questo uno dei punti principali su cui investire oggi. È in questo senso che rivestono particolare importanza i percorsi scolastici e di formazione professionale, ma è fondamentale anche la formazione continua nell’arco dell’intera vita professionale e lavorativa. Occorre osservare che a differenza di molti altri problemi che affliggono il nostro Paese, questo non è innanzitutto un problema di spesa. Come molti studi dimostrano l’Italia ha raggiunto per l’istruzione primaria e secondaria valori di spesa simili agli altri paesi Ue e agli Usa (risulta ancora minore l’investimento per l’istruzione universitaria).

Il problema allora è principalmente di qualità dell’istruzione che deve favorire non solo la crescita di competenze specifiche, ma anche e soprattutto quelle caratteristiche, sopra descritte come soft skill, che consentono lo sviluppo di una personalità aperta all’esperienza e più in generale alla realtà. Questa ipotesi non deve essere ridotta alla sola identificazione di “tecnicismi” (più o meno nuovi) con il conseguente rischio di riduzione della persona ad aspetti ancora parziali, bensì fondarsi sui fattori che sono costitutivi della persona che è innanzitutto sete di verità e felicità.

Il lavoro, in questo senso, non può essere visto come qualcosa fine a se stesso, un’azione che impone le sue condizioni e che la persona deve subire o alle quali deve adeguarsi, ma una circostanza attraverso la quale procedere nel cammino verso la riscoperta continua del senso, del significato di ciò che si fa. Questo rende liberi, capaci cioè di affrontare ogni giorno il cammino verso il compimento della propria umanità.

Da qui possiamo tutti ripartire per la costruzione del bene comune del nostro Paese. Favorire lo sviluppo di esperienze educative e lavorative capaci di valorizzare e far crescere “personalità” che sappiano raccogliere le sfide del mondo del lavoro e affrontare quindi il problema principale del Paese oggi: il lavoro.

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