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Lavoro

ILVA TARANTO/ La protesta mancata contro le "invasioni" dei giudici

È saltato l’incontro previsto al ministero dello Sviluppo economico sull’Ilva. Il Governo chiede agli inquirenti garanzie per i lavoratori. Il commento di GIULIANO CAZZOLA

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Le proposte della società che ha acquistato gli stabilimenti Ilva di Taranto e di Genova - sia per i tagli agli organici, sia per le nuove regole economiche e normative - sono considerate inaccettabili dai sindacati, che in risposta hanno già effettuato uno sciopero nello stesso giorno in cui sarebbe dovuto iniziare il confronto tra le parti al ministero dello Sviluppo economico. Tutti si aspettavano che per il Governo fosse presente il viceministro Teresa Bellanova, ex sindacalista Cgil e deputata eletta in Puglia, che ha già seguito altre difficili vertenze dando prova di grande impegno e capacità di mediazione. Tanto che nei giorni scorsi aveva rilasciato una dichiarazione che apriva qualche spiraglio in una trattativa assai complicata. “Nessun lavoratore - aveva ribadito il vice ministro al Corriere della Sera - rimarrà senza tutele. Inoltre, la retribuzione media a lavoratore sarà di 50mila euro l’anno. E ci sarà la copertura della cassa integrazione per chi rimane in amministrazione straordinaria”. Aveva poi aggiunto: “I commissari possono fare ricorso a questi lavoratori per il ripristino ambientale entro il 2023, come prevede il piano. Alla fine del percorso - aveva concluso Bellanova - l’obiettivo è superare i 6 milioni di tonnellate di acciaio da produrre” (prima del 2012 l’Ilva collocava nel solo mercato italiano ben 9 milioni di tonnellate).

Le cose, ieri, sono andate diversamente e peggio. Il ministro Carlo Calenda in persona, con Teresa Bellanova al suo fianco, ha confermato ai giornalisti di aver annullato l’incontro, dopo aver comunicato all’azienda che “non è accettabile aprire il tavolo senza garantire le condizioni salariali e contrattuali dei lavoratori”. Se, dopo aver interpellato gli azionisti, la società dovesse confermare le medesime posizioni illustrate nel piano in esame, “il Governo - ha minacciato Calenda - metterà in campo tutto quanto è nelle sue prerogative per far rispettare gli impegni presi”.

Le organizzazioni sindacali hanno apprezzato la posizione del Governo, mentre i rappresentanti dell’azienda hanno dichiarato il loro sconcerto. Sono trascorsi cinque anni da quando la Procura di Taranto sollevò una serie di questioni di carattere ambientale che, passo dopo passo, hanno portato - nonostante le misure adottate dai Governi succedutisi da allora allo scopo di evitare una crisi irreversibile degli stabilimenti - una delle acciaierie più importanti d’Europa sulla soglia della rottamazione. Dopo il “nulla di fatto” al Mise, la vertenza è destinata a inasprirsi, tanto che, a Taranto, circola la voce di un prossimo blocco di tutte le attività cittadine.

I sindacalisti fanno il loro mestiere, ma, in generale, sono persone esperte e con la testa sulle spalle. Che cosa si aspettavano da una fabbrica ferita a morte, in sofferenza da anni, con un ciclo produttivo che non è in grado di sopportare, senza gravi danni (difficilmente recuperabili), gli interventi imposti dalla Procura di Taranto per quanto riguarda gli altiforni? L’idea di bloccare la città sarebbe stata più utile e opportuna quando una linea di condotta discutibile della magistratura inquirente diede avvio al declino inarrestabile di un’impresa sana e produttiva (alla quale, peraltro, era stato riconosciuto - da parte delle autorità competenti - di aver adempiuto alle norme di sicurezza ambientale previste dalla legge secondo i parametri europei). Ma allora i sindacati avevano adottato una linea “politicamente corretta”. Succubi del mito della infallibilità delle Procure si erano guardati bene dal mettere in discussione i loro atti. Quando sono costretti a misurarsi con l’intransigenza bucolica degli ambientalisti d’antan, i dirigenti sindacali - anche quelli più radicali - vanno in crisi, mostrano un’enorme coda di paglia e non trovano nemmeno il coraggio di spiegare che produrre l’acciaio non è come coltivare le rose (anche se, in floricultura, bisognerebbe stare in guardia nell’uso dei fertilizzanti) o confezionare caramelle e cioccolate.

La magistratura ha sicuramente contribuito a mettere in moto, per lo stabilimento di Taranto e l’area circostante, un processo di risanamento che sonnecchiava colpevolmente, pur essendo enormi e gravi i problemi da risolvere. È probabile, infatti, che senza la mano dura dei pm, una serie di misure (il decreto Taranto, l’aggiornamento dell’Autorizzazione Integrata Ambientale rispetto alle migliori tecnologie indicate in sede Ue, lo stesso impegno a investire nel risanamento ambientale) non sarebbero mai state adottate in modo tanto sollecito. Ma non è comprensibile (né tanto meno condivisibile) condannare a morte una realtà produttiva viva e vitale per poterla risanare. Il broccardo Fiat iustitia pereat mundus è soltanto un paradosso fondamentalista.

Non ha molto senso essere fieri di stare al secondo posto in Europa come industria manifatturiera, e pretendere, nello stesso tempo, di chiudere le fabbriche perché le loro emissioni fanno male alla salute. Un ambiente sano e incontaminato era soltanto quello del Giardino dell’Eden. La tutela della salute è l’obiettivo principale delle direttive europee e delle leggi nazionali che stabiliscono i limiti alle emissioni inquinanti delle automobili, delle centrali termoelettriche, degli impianti siderurgici, della chimica e di tutte le attività. È ormai da 25 anni che le tecnologie di produzione industriale in Europa sono stabilite sulla base degli obiettivi di protezione della salute che sono identificati a livello europeo d’accordo con l’Organizzazione mondiale della sanità. Ma, nello stabilire questi parametri, tali obiettivi devono essere compatibili con altre esigenze riguardanti i diversi settori produttivi, come i problemi di ammortamento degli impianti, di risorse da investire, di coordinamento tra i diversi Paesi. Soprattutto, i sistemi produttivi hanno necessità di avere dei riferimenti precisi ai quali attenersi per essere in regola.

Per comprendere questo fondamentale concetto, messo in discussione a Taranto, basta ricordare che l’industria automobilistica europea è stata obbligata, in 20 anni, a cambiare drasticamente le tecnologie motoristiche, al pari dell’industria di raffinazione per quanto riguarda i combustibili con l’obiettivo di tutelare l’ambiente e la salute. Ma ha proceduto per gradi sulla base di regole uniformi che divenivano di volta in volta non l’indicatore di una sicurezza assoluta, ma uno standard sostenibile e progressivo a cui attenersi in un quadro di certezza del diritto. Mettiamo il caso che, in un giorno qualsiasi, la Procura di una grande città si accorga - osservando i dati delle centraline che rilevano l’intensità delle polveri sottili nell’aria - che il livello di inquinamento ha superato (come avviene sovente) gli standard ritenuti compatibili (si tratta pur sempre di condizioni che non fanno certo bene alla salute anche quando sono conformi a limiti considerati accettabili sulla base delle regole vigenti). E che, in conseguenza di tali constatazioni, il pm emetta un’ordinanza di sequestro di tutte le auto, comprese quelle in regola con le ultime prescrizioni europee, perché anch’esse inquinano seppur con minore intensità. È evidente che, in seguito a questo provvedimento, sorgerebbero delle polemiche destinate a far scendere in campo le istituzioni e quant’altro, dando vita a una escalation con la Procura, la quale, a un certo punto potrebbe arrivare al sequestro, sine die, degli impianti della Fiat, almeno fino a quando, a suo esclusivo avviso, le tecnologie usate non dessero la garanzia - secondo parametri del tutto arbitrari - che le emissioni delle auto fossero immuni da effetti cancerogeni (come accade oggi). E magari, il pm potrebbe pure ordinare il sequestro di tutte le auto quali corpi del reato.

Con tutto il rispetto dovuto all’ordine giudiziario, una tale eventualità sarebbe ritenuta un atto di ordinaria follia. Ma, onestamente, è poi così grande la differenza tra questa ipotesi di fantagiustizia e quanto è accaduto a Taranto per il caso Ilva? Noi ci auguriamo che la società acquirente riveda la sue posizioni in senso più favorevole ai lavoratori: ma non sarebbe la prima volta che, a conclusione di una vertenza che ha l’obiettivo di “salvare la pelle” a un’attività produttiva moribonda, le parti concordano degli esuberi (con le relative forme di tutela) e una revisione dei trattamenti economici e normativi. 

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