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Lavoro

SINDACATI E POLITICA/ La nuova unità possibile tra Cgil, Cisl e Uil (e Confindustria)

La scorsa settimana, dalla piazza di Roma, Susanna Camusso ha mandato un messaggio a Cisl e Uil per ricostruire l'unità sindacale. Il commento di GIUSEPPE SABELLA

Camusso, Furlan e Barbagallo (Lapresse)Camusso, Furlan e Barbagallo (Lapresse)

Di recente, in occasione dello sciopero indetto dalla Cgil per manifestare contro le decisioni del Governo prese in materia di pensioni, Susanna Camusso ha mandato un messaggio a Cisl e Uil, che quelle decisioni le hanno avallate: "Ricostruiamo l'unita, divisi siamo più deboli". Va detto intanto che la non unità, a cui a ragione si riferisce Susanna Camusso, non è un fatto nuovo, ma una situazione di instabilità che dura da quasi 20 anni.

Quando Forza Italia nel 2001 tornò a vincere le elezioni - successive al periodo dei governi Prodi e D'Alema -, ministro del Lavoro era Roberto Maroni, Maurizio Sacconi era Sottosegretario: erano due nomi molto ostici per la Cgil. Si trattava, tuttavia, di un esecutivo con una pelle totalmente diversa rispetto a quello del '94: mentre allora il governo non voleva concertare col mondo intermedio, all'inizio del suo secondo mandato Berlusconi decise di fare accordi con la parte non ostile.

Nonostante le evidenti e numerose linee di continuità tra governi di centrosinistra e di centrodestra - Marco Biagi, che già aveva collaborato con i governi Prodi e D'Alema, ripropose le proprie idee in tema di mercato del lavoro al governo Berlusconi -, dal 2001 iniziava a registrarsi una forte tensione tra le organizzazioni sindacali e tra la Cgil di Sergio Cofferati e l'esecutivo, cosa che vedeva le piazze sempre più piene di persone e di rabbia.

Da una parte, naturalmente, il rapporto tra Cgil e governo di centrodestra era complicato di suo; dall'altra, sempre nel 2001, avvenne un fatto determinante. Terreno dello scontro tra la Cgil e il governo era naturalmente la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro. Sicuramente la problematica situazione delle finanze statali contribuì a rendere complicata la costruzione di un sistema di welfare che accompagnasse la flessibilità, ma a ciò si aggiungeva una debole sensibilità del governo nei confronti delle protezioni sociali. La flessibilità, insomma, sarebbe stata buona di per sé... cosa che stride con il lascito dell'ispiratore della riforma oggetto dello scontro.

Punto di svolta di questa vicenda fu l'accordo del 2001 tra le Parti sociali: si trattava del recepimento della direttiva europea sul contratto a termine. L'Europa suggeriva di semplificare il contratto, il modello europeo era molto più semplice e più flessibile. Sulla questione, tuttavia, era molto diffusa l'idea di chiudere, di blindare il tempo determinato, che è il contratto flessibile più vantaggioso per i lavoratori e per le imprese. In questo modo però si aprivano le porte all'uso distorto delle co.co.co. e delle altre forme spurie. Un non senso di rigidità che penalizzava i lavoratori. La cosa da fare, come del resto suggeriva l'Europa con la direttiva, era invece quella di alleggerire il contratto a termine: le imprese lo conoscevano bene, i lavoratori hanno tutti i diritti e le tutele al pari dei lavoratori a tempo indeterminato.

La Cgil non ne voleva sapere, era fortemente contraria alla direttiva. Ma Confindustria firmò l'accordo con Cisl e Uil che in un secondo momento fu condiviso e sottoscritto da tutte le altre associazioni: la Confcooperative, la Lega delle Cooperative, la Cna, la Confartigianato, la Confcommercio, la Confesercenti, ecc.

Fino a quel momento, su tutte le vicende, su tutta la filiera sociale, la Cgil aveva avuto un'egemonia molto forte. Dove andava la Cgil, andavano tutte le altre organizzazioni. In quella situazione, però, rimasero tutti spiazzati dalla rigidità della Cgil, e quindi presero un po' di tempo. Quando arrivò l'accordo, non firmarono subito, ma alla fine lo fecero.

La Cgil scelse così di rimanere isolata. Prima di allora, gli accordi interconfederali si facevano con tutti. La Cgil era egemone perché sulla questione sociale, del lavoro, era la realtà più forte e specializzata, e tutti gli altri soggetti la seguivano. La Cgil esercitava un'influenza importante, che nei fatti finiva col condizionare sovente anche le scelte e i comportamenti delle parti datoriali, che senza la Cgil preferivano non fare accordi. Fino ad allora non era mai successo niente del genere. Fu la prima frattura che avvenne nella filiera sociale, cosa che lasciò il segno. La Cgil andava sempre più isolandosi, fino a scegliere di stare fuori dall'accordo del 2009 che avrebbe regolato gli assetti delle relazioni industriali.

Dopodiché, il caso Fiat e ciò che ne seguiva: gli accordi del 2011 e del 2013 su contrattazione aziendale ed esigibilità dei contratti e il Testo Unico sulla Rappresentanza. Con gli accordi del 2011 e 2013 in particolare, la Cgil si riallineava a Cisl e Uil - e a Confindustria - circa l'accordo del 2009 e quanto era successo in seguito col caso Fiat.

Venendo ai giorni nostri, è di oltre un anno fa (luglio 2016) l'accordo sulla detassazione fiscale dei premi di risultato anche alle imprese senza rappresentanza sindacale: in questo modo, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil costruiscono per la prima volta criteri di distribuzione della ricchezza anche laddove non c'è contrattazione diretta in azienda. È questo un passaggio significativo, per il momento ancora sulla carta che può originare l'inizio di una nuova stagione della contrattazione, considerato quanto già stabilito in materia di detassazione per le imprese che la contrattazione aziendale già la fanno.

Siamo davvero all'inizio di una nuova stagione? Le premesse ci sono tutte, si consideri che entro Natale potrebbe arrivare l'accordo su cui Confindustria, Cgil, Cisl e Uil lavorano da molto tempo. Non si prevedono novità clamorose da questo accordo, anche perché i contratti di settore si sono ormai rinnovati. Ciò che d'ora in poi può fare la differenza è ciò che succede nei luoghi di lavoro, in termini soprattutto di innovazione e di sviluppo delle risorse umane, fattore determinante per centrare gli obiettivi dell'Impresa 4.0.

È chiaro che non siamo così lontani da una nuova unità: la crisi del 2008 ha chiarito a tutti che l'impresa è un bene prezioso per la comunità sociale e che questa ha bisogno non solo di pace ma anche di partecipazione. Ora la differenza la farà il lavoro di tutti.

Twitter: @sabella_thinkin

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