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Lavoro

LICENZIAMENTO STATALI/ La patata bollente in mano ai dirigenti pubblici

Nuovi casi di cronaca sui lavoratori statali riportano a galla una sorta di divisione tra gli italiani occupati nel pubblico e nel privato. Il commento di GERARDO LARGHI 

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Gli italiani sono per natura divisivi. O meglio, secondo la legge individuata da un grande filologo francese del secolo scorso, la forza dicotomica una volta scatenata agisce fino in fondo. Basta pensarci: una volta c’era la DC, poi si divise fino alla scissione dell’Ncd, che è un po’ come scindere l’atomo. Oppure si guardi al Pci: anch’esso cominciò a dividersi, forse un po’ prima della DC, e ora … ora dal grande fiume siamo passati al contrasto tra sottocorrenti di microscopici rivoli agricoli! Ecco gli italiani sono così: non sanno come stare insieme e infatti appena possono si dividono. Tra Inter e Juve, tra Coppi e Bartali, tra Moser e Saronni, tra Renzi e D’Alema. Tra Guelfi e Ghibellini (almeno fino all’arrivo dei Valois!).

Così non potevamo non dividerci (perché l’umile cronista è pur sempre figlio di queste plaghe), tra statali e privati. Cioè, nella vulgata popolare, ma nemmeno troppo, tra lavoratori che prendono lo stipendio dallo Stato e lavoratori che producono. Insomma, tra lavoratori-lavoratori e lavoratori-tiratardi e fannulloni. Tra chi fa-tica e chi fa-poco o nulla per meritarsi lo stipendio. Per convincersene basta frequentare i bar o, nel caso di astemìa conclamata, accendere un computer e leggere i commenti che coronano l’ultima notizia relativa ai provvedimenti contro quei dipendenti della Sanità calabrese che facevano la spesa al supermercato e giocavano alle slot machine in orario di lavoro o comunque che si dedicavano, con dubbio gusto e fantasia, al disbrigo di altre faccende private: non c’è che dire, i 18 tra medici e dipendenti degli uffici di Rogliano dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza raggiunti da misure cautelari nell’ambito di un’operazione anti-assenteismo dei carabinieri non hanno reso un bel servizio ai loro colleghi.

Intanto perché mentre quelli stavano al lavoro, magari cercando di mettere una pezza con buona volontà e fantasia a qualcuna tra le carenze strutturali di un settore, quello sanitario, che (a Cosenza ma non solo …) presenta qualche deficit organizzativo, loro se la spassavano bellamente a spendere denaro giocando d’azzardo. E poi perché in fondo “sfottono” tutti gli altri dipendenti pubblici, dai sanitari ai militari, dai docenti a quei finanzieri che pattugliano il canale di Sicilia alla ricerca di disperati: questi non vanno alle slot, hanno mogli e mariti che ne reclamano la presenza a casa e si lagnano per le loro assenze a causa del lavoro, non hanno salari tali da consentir loro di buttare denaro dalla finestra giocando d’azzardo.

Ecco, per esperienza diretta chi scrive sa che i primi a crocifiggere i furbetti della macchinetta timbratrice sono proprio quei loro colleghi che al mattino arrivano in orario, fanno il loro dovere, sono fieri di lavorare bene, perché se la paga è bassa si sentono comunque cucita addosso la dignità del loro compito. Ciononostante proprio questo ennesimo episodio, e le reazioni che esso ha scatenato, qualche ulteriore riflessione la richiedono.

La prima riguarda i meccanismi “garantisti” insiti in molti contratti pubblici. Qualcuno dice che sono ipergarantisti, quasi impossibili da scardinare. È vero. Sono meccanismi assai formali, tipici di un diritto amministrativo tutto giocato sulla forma. Ma come dice qualcuno, anche la forma può essere sostanza: e dai dirigenti della Pa ci si aspetterebbe una certa capacità di usare le norme a difesa non della loro tranquillità, bensì del servizio per cui sono pagati.