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IDEE/ L'articolo 18 per il lavoro che cambia

In Italia, ricorda MASSIMO FERLINI, servono dei cambiamenti per far crescere il lavoro e diminuire la disoccupazione. Una sfida aperta per forze politiche e sindacali

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Il dibattito sulle politiche attive del lavoro e l'attuazione del Jobs Act rischia di tornare a contrapposizioni ideologiche, a muri di incomprensione e far riaffiorare tesi di forte negazione come nel periodo di approvazione della riforma ispirata al Libro bianco del prof. Biagi. Pesa fortemente nel dibattito sul lavoro il risultato referendario letto da forze politiche e sindacali minoritarie come l'affermazione di tutte le loro posizioni, comprese quelle di opposizione alle riforme del lavoro. D'altro canto il perno dell'opposizione alle riforme istituzionali è stato il collante di molte proteste anti-governative, egemonizzato dalle posizioni populistiche grilline cui si sono aggiunti tutti i gruppi e gruppuscoli che vedevano così l'occasione di far emergere un'opposizione alla scelta riformista operata dal governo.

Per quanto riguarda in particolare l'attuazione del Jobs Act, con il no si è cancellata la riforma di parte del titolo quinto e quindi le competenze relative a politiche del lavoro e formazione sono rimaste regionali. Ciò pone qualche problema all'architettura prevista per l'attuazione delle politiche attive del lavoro e al decollo dell'Agenzia nazionale che deve attuarle. Ma mentre risulta chiaro che per chi, pure propugnatore del sì, in ogni caso porta oggi avanti la riforma con forme di coordinamento e coinvolgimento delle regioni, lo schieramento avverso non ha nessuna proposta alternativa. L'esigenza di introdurre politiche attive è presente a tutti gli attori, ma si rischia di perdere molto tempo per opposizioni pregiudiziali verso le misure attuative in attesa che vi sia da parte del coordinamento delle regioni l'elaborazione di una linea propositiva e non solo ostruzionistica. 

L'ostruzionismo provoca peraltro il risultato di lasciare isolate le regioni che hanno già sviluppato sistemi di eccellenza e giustifica la stragrande maggioranza di territori dove prevale l'inerzia completa. Magari poi usata per operazioni politiche demagogiche di richiesta di ulteriori fondi per proseguire in politiche passive e non avviare mai scelte per lo sviluppo economico locale.

Di fronte a tale ritardo istituzionale, le forze politiche principali appaiono incapaci di operare scelte utili a porre in evidenza come i propri programmi abbiano più punti in comune di quanto emerga dalle contrapposizioni. Escludendo la proposta grillina di salario sociale, tutte le altre forze concordano sulla necessità di realizzare una rete di servizi che prendono in carico chi ha bisogno di lavorare. La rete, formata da operatori pubblici e privati, prende in carico le persone, ne definisce un percorso formativo e cerca nuovi inserimenti lavorativi. I servizi saranno pagati sulla base di costi standard e a risultato come nei migliori modelli europei.

Vi è la necessità di rendere operativa una governance capace di coinvolgere tutti gli attori sociali e gli operatori dei servizi al lavoro. Una governance partecipativa e non gerarchica, perché deve favorire scelte comuni e il fare rete fra tutti gli attori. Perché ciò possa avvenire è però indispensabile un passo avanti da parte di tutte le rappresentanze sociali, sia dei sindacati dei lavoratori che delle rappresentanze padronali.

In primo luogo, si deve abbandonare la logica concertativa e corporativa che trasforma ogni sede di confronto in tavolo di spartizione di risorse. Ciò che serve per dare una svolta ai servizi per il lavoro è un confronto di merito dove il più bravo non è chi contratta il meglio per la propria organizzazione, ma chi propone il meglio per tutti.


COMMENTI
02/02/2017 - SI: ABBASSARE L'ETA' PENSIONABILE (Michele Ballarini)

Pensare che le imprese possano assumere aumentando gli investimenti e conseguentemente i fatturati, in tempo di crisi cronica (Atlandide /Euro è sprofondata e il pavimento è assai in basso: meno soldi che circolano), è ridicolo, una fantasia di economisti ultraliberisti. Lo sviluppo non è consentito all'infinito: se tutti i Paesi avessero il livello dei consumi degli Stati Uniti occorrerebbero, è stato calcolato, cinque pianeti come la Terra per soddisfarli..... E' ridicolo che la disoccupazione sia al 40% tra i giovani e invece l'occupazione aumenti nelle classi più anziane! E' un mondo alla rovescia. Il welfare previdenziale sarebbe pienamente sostenibile, se lo Stato facesse pagare tasse e contributi a tutti e se tagliasse effettivamente i mille rigagnoli delle spese inutili. Facendo un esempio tra i mille che si potrebbero fare, non si capiscono le ragioni che giustificano il permanere delle Regioni a statuto speciale. E perché, poi, i governatori delle Regioni siano strapagati più di premier di Stato e i consiglieri regionali godano di generosi vitalizi (mi sembra reversibili anche a favore dei discendenti), ecc. ecc.. Risponderebbe inoltre ad un principio di giustizia sociale consentire il pensionamento a chi abbia versato contributi ininterrottamente per 40 anni!