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Lavoro

PIL E LAVORO/ I "fagioli magici" che illudono l'Italia

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In fondo, pensiamoci, sperare che i problemi nell’economia vera si risolvano con poche abili mosse è un po’ come paragonare la produzione di beni reali, auto, case, mobili, a quella finanza “creativa”, per non dire delinquenziale, che vendeva (o che vende ancora) titoli fatti di carta straccia e pieni di debiti inesigibili facendoli passare come ottimi investimenti. Anche allora qualcuno pensò bene di divenire ricco in una notte: e magari ci riuscì anche, ma tanto veloce fu la crescita quanto grandi i danni prodotti e quanto fragorosa ne fu la caduta.

Le crisi aziendali italiane si curano con provvedimenti pazienti, che puntino sul recupero di quel che c’è di buono in imprese francamente talora un po’ decotte, parallelamente a interventi che assistano i disoccupati e forniscano loro una nuova professionalità. Per moltiplicare magicamente i posti di lavoro occorrerebbe portare il costo del lavoro a livelli francamente inaccettabili: ma anche questo vorrebbe dire affidare alla magia quel che invece deve nascere dal basso tra fatiche quotidiane e costanti cure.

Perché, pensiamoci, i salari tedeschi non sono più bassi dei nostri, le loro banche non stanno meglio delle nostre (anzi, se i parametri applicati nella locomotiva d’Europa fossero gli stessi di quelli in vigore nel Bel Paese, a sentire gli esperti non pochi sarebbero gli istituti di credito germanici destinati al fallimento…), le nostre scuole reggono il paragone con le loro. Da cosa nasce dunque il successo di quel sistema produttivo? Da una somma di fattori, non da uno solo. E una somma di fattori è sempre il frutto di politiche stabili, non casuali, costantemente tese a favorire lo sviluppo, dare credito e fiato a chi produce, a fare reti sistemiche. Costantemente: cioè durevolmente, non saltuariamente, con somma attenzione e con sudore della fronte, non con piccole furbizie, trucchi e giochetti delle tre carte, degni questi dei parcheggi dell’autostrada per ingannare turisti e viaggiatori.

I dati del Pil e dell’export sono segnali incoraggianti: vanno usati dunque per iniziare a invertire il trend negativo in tema di lavoro e di occupazione, e ciò si può fare con la formazione continua, con il sostegno alla contrattazione decentrata che favorisca le imprese che hanno commesse e lavoro, con misure precise in materia di produttività. Attorno alle gracili pianticelle che lasciano intravedere buoni frutti occorre creare un ambiente che non ne soffochi la crescita. Qualche idea si trova in giro, pensiamo al recente Decalogo promosso dalla Cisl. Ora occorre puntare su qualche contadino “vecchia maniera”: testa bassa, senso del realismo e pedalare. La cima della montagna è distante, ma ogni passo in avanti accorcia le distanze dal traguardo.

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