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SINDACATI E POLITICA/ Il "missile" della Cisl sull'Europa

Annamaria Furlan (LaPresse) Annamaria Furlan (LaPresse)

Da un lato la Furlan lanciando quest'idea, intende ridare fiato alle forze politiche e sociali che da sempre hanno fatto dell'Europa la casa comune. E tra queste in prima fila c'è proprio la Cisl che fin dalla sua fondazione, quando ancora c'erano le macerie fumanti della Seconda guerra mondiale, guardava al disegno europeista come a un orizzonte adeguato per le proprie politiche. In secondo luogo si tratta di sostenere le politiche espansive che oggi più che mai sono necessarie per ridare fiato all'ancora asfittica economia italiana. Di ciò potrebbe beneficiare certamente anche il Governo Gentiloni, impegnato in una discussione con la severa Commissione di Bruxelles, al quale potrebbero giovare anche la costituzione di un Fondo comune per il sostegno ai sussidi di disoccupazione, di una Unione fiscale, la realizzazione di un Ministero del tesoro europeo.

In terzo luogo il Manifesto della Cisl intende sviluppare alcune idee di politica economica, facendola finita con il Fiscal compact, e sostituendolo invece con l'Investment compact, cioè spostando l'attenzione dalla tassazione allo sviluppo industriale e produttivo. Si tratta poi di raddoppiare l'azione sindacale da Roma a Bruxelles, di spingere affinché l'azione dei singoli Governi (e dei singoli sindacati), si coordini. In altri termini allargando il campo, si allargano anche le squadre, si coinvolgono le forze sociali europee, oggi ancora restie in alcuni casi a far sentire la loro voce. Se volessimo usare una metafora calcistica, sarebbe come decidere che non si smetterà di giocare il campionato italiano di calcio, ma in compenso si darà il via a un vero e proprio campionato europeo.

Oggi, infatti, non tutti i sindacati europei sono convinti che loro compito sia quello di unire le forze e di operare insieme per un'Europa del lavoro e del sociale; non tutti accettano di discutere a Bruxelles i provvedimenti che riguardano l'Ue. Molti, soprattutto quelli tedeschi e nordeuropei, preferiscono, infatti, continuare a sviluppare il dialogo interno con i rispettivi governi, convinti come sono di ottenere così di più per i propri associati.

Costruire un vero meccanismo politico, economico e fiscale, a Bruxelles obbligherebbe infine tutti a uscire dal proprio torpore, sarebbe certo una risposta alle sfide lanciate all'Europa dal presidente Trump e dal trumpismo, sia quello vero d'oltreoceano, sia quello macchiettistico che spunta qua e là anche da noi.

Un Manifesto poco nostalgico, quindi, ma denso di proposte politiche: perché in fondo da Betlemme, per riprendere il punto da cui siamo partiti, qualcosa, meglio Qualcuno, di buono ci è arrivato. Non osiamo sperare così tanto bene dal "plat pays" di Jacques Brel, ma per quanto esso sia attraversato dalle nebbie non potrà neppure nascondere la porta dell'inferno!

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