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RIFORMA PA/ I difetti nascosti dalla lotta ai furbetti del cartellino

Marianna Madia (LaPresse) Marianna Madia (LaPresse)

Proprio il rilievo della contrattazione nazionale collettiva è il secondo elemento che la riforma Madia prevede in contrapposizione alla riforma Brunetta. Questa aveva limitato la rilevanza dei contratti come fonte del rapporto alla sola materia della disciplina del trattamento economico e delle relazioni sindacali. Lo schema di riforma, invece, torna ad assegnare ai contratti nazionali collettivi (ma non a quelli “aziendali”) potere di derogare le leggi, anche se vi sono molte materie che restano escluse dalla contrattazione, tra cui l’organizzazione degli enti, il conferimento e la revoca degli incarichi dirigenziali, il reclutamento del personale, le responsabilità sui procedimenti.

L’accresciuta forza - comunque relativa - dei contratti è uno dei principali tributi che la riforma ha dovuto riconoscere ai sindacati, per effetto dell’accordo col Governo, stipulato il 30 novembre 2016, una delle principali spinte alla revisione di alcuni elementi della riforma Brunetta particolarmente invisi alle organizzazioni sindacali.

Altro elemento caratterizzante la riforma, ma per nulla nuovo, è la cosiddetta “stabilizzazione” dei precari. È, tuttavia, una quinta ondata di stabilizzazioni in 11 anni, dai contenuti, peraltro, estremamente simili a quella prevista appena nel 2013 dal “decreto D’Alia” (il d.l. 101/2013): cioè selezioni riservate a dipendenti che abbiano lavorato per tre anni anche non continuativi o riserve nei concorsi pubblici per questi dipendenti. Unico elemento di novità, comunque parziale perché già previsto la scorsa estate per la stabilizzazione degli educatori degli asili nido e nelle scuole materne, sarà la possibilità di finanziare le stabilizzazioni (si parla dell’immissione in ruolo di circa 50.000 dipendenti entro il 2020) trasferendo le risorse poste a finanziare i contratti flessibili nei capitoli che finanziano, invece, la spesa per il personale stabile.

Difficile reperire, tra queste misure, gli strumenti che dovrebbero davvero ottenere il risultato di migliorare la produttività dei dipendenti pubblici. Sembra che il legislatore resti affascinato dal tema di come valutare, piuttosto che dalla modifica dei sistemi di lavoro. Basti notare che non c’è alcuno spazio per la disciplina di modalità diverse di organizzare le attività, come il telelavoro o il lavoro agile e la conseguente modifica della logistica e degli orari. Il problema della Pa non è solo contrastare, come doveroso, chi truffa non presentandosi in servizio, ma fare in modo che chi sia ligio al dovere e si presenti in ufficio, abbia davvero carichi di lavoro utili e produttivi.

Ultimo, ma non meno rilevante, elemento di spicco della riforma, è la scrittura di una norma apposita, che prevede la reintegra per i dipendenti pubblici colpiti da licenziamento illegittimo. A differenza di quanto molti stanno affermando, non si tratta affatto di una conferma dell’applicabilità dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori al lavoro pubblico: se così fosse stato, sarebbe bastata una semplice norma di interpretazione retroattiva. È, invece, una nuova norma, necessaria per creare un trattamento differenziato tra dipendenti privati e pubblici. Ma, proprio per questo, a evidente rischio di illegittimità costituzionale.

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