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RIFORMA PA/ I difetti nascosti dalla lotta ai furbetti del cartellino

Il Governo Gentiloni è intervenuto sulla riforma della Pubblica amministrazione varando alcuni nuovi decreti durante la scorsa settimana. Il commento di LUIGI OLIVERI

Marianna Madia (LaPresse) Marianna Madia (LaPresse)

Una riforma del pubblico impiego poco originale, che ritorna sui temi della riforma Brunetta, in parte per tornare indietro, in parte per confermarla, priva di veri strumenti per migliorare il funzionamento della Pubblica amministrazione. Con l’approvazione dei decreti legislativi attuativi della riforma Madia disposta giovedì scorso dal Governo, si avviano i passi conclusivi di un processo partito nel 2015 e caratterizzato da incidenti di percorso clamorosi, come la sentenza 251/2016 che ha comportato la decadenza della delega per la riforma della dirigenza, uno dei punti, peraltro, più controversi dell’intero pacchetto. Tra maggio e giugno, invece, dovrebbero andare in porto le modifiche al testo unico sul lavoro alle dipendenze della Pubblica amministrazione (d.lgs 165/2001) e della riforma Brunetta (d.lgs 150/2009).

I temi, come rilevato prima, sono sostanzialmente sempre gli stessi. Campeggia la lotta ai “furbetti” di varia natura. Per i lavoratori pubblici infedeli, che attestano falsamente di essere presenti in ufficio mentre sono in altre vicende affaccendati, si riconferma l’impianto di una delle prime norme attuative della legge 125/2015: la sospensione entro 48 ore dalla conoscenza dei fatti e il termine di 30 giorni per chiudere il procedimento disciplinare col licenziamento, se la frode sia avvenuta in flagranza. La conferma dell’impianto si è resa necessaria perché anche la norma anti-frode sulle presenze, il d.lgs 116/2016, era stata coinvolta dalla sentenza 251/2016 della Consulta.

La “stretta”, comunque, riguarderà tutti i casi nei quali i dipendenti saranno colti in flagranza nel commettere infrazioni sanzionate col licenziamento. In generale, poi, il procedimento disciplinare viene modificato: la durata, per le infrazioni non connesse a flagranza di infrazioni sanzionate col licenziamento, durerà 90 giorni e la competenza sarà sempre di un apposito ufficio e non più dei dirigenti, il cui intervento diretto sarà limitato al rimprovero verbale. La durata di 90 giorni taglia quella attualmente prevista di 120, per le infrazioni che vanno dalla sospensione con privazione della retribuzione per almeno 11 giorni fino al licenziamento; ma pochi hanno notato che allunga da 60 a 90 giorni la durata dei procedimenti per sanzioni dalla censura alla sospensione con privazione della retribuzione fino a 10 giorni, che costituiscono la stragrande maggioranza dei casi.

Sempre del capitolo “lotta ai fannulloni” fanno parte le misure che imporranno il divieto di incrementare le risorse destinate ai premi nel caso in cui le assenze degli enti risulteranno superiori a medie standard, in particolare quando concentrate nei periodi di picco di lavoro o agganciate alle festività. I contratti collettivi fisseranno le sanzioni disciplinari per colpire proprio queste tipologie di assenze e quelle “di massa”, considerabili come “organizzate”.

Se queste norme possono essere considerate in completa continuità con le logiche della riforma Brunetta, vi sono due temi che invece costituiscono un chiaro ritorno indietro. Il primo, riguarda le regole su valutazione della produttività. Lo schema di riforma prevede l’abolizione delle fasce di valutazione, imposte nel 2009 per forzare le amministrazioni a diversificare i premi, prevedendo che il 50% dei relativi fondi andasse al 25% dei dipendenti con le migliori valutazioni, il restante 50% del fondo al 50% dei dipendenti con valutazioni medie, così che il 25% restante dei dipendenti restasse privo di incentivi. Questa formula sarà eliminata e sarà la contrattazione collettiva nazionale a determinare i criteri ai quali attenersi per garantire valutazioni non a pioggia, ma senza predeterminazione di fasce e percentuali.