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CONTRATTI E LAVORO/ La nuova sfida dei sindacati sui salari

In Italia si torna a parlare di salari e delle differenze nel potere d'acquisto tra Nord e Sud. I sindacati però sono attenti a qualcosa di più importante, spiega GERARDO LARGHI

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Si torna a parlare di salari inadeguati al costo della vita e troppo diversi da regione a regione in Italia. Alcuni grandi temi sono per loro natura divisivi. Anzi, sembra proprio che le discussioni che essi scatenano siano destinate unicamente a separare. Separare chi? Chi discute, anzitutto, trasformando lentamente ma inesorabilmente miti e austeri signori dapprima in acerrimi rivali, e quindi in aggressivi e violenti (a parole almeno, ma non ci scommetteremmo sempre) tifosi. Se poi il tema del dibattito riguarda una questione come il salario e il rapporto tra i soldi che entrano in casa e il costo della vita, allora vedrete anche quiete vecchiette assumere atteggiamenti più degni di Walker Texas Ranger che di quelle brave persone che normalmente esse sono nella vita.

Perché banchieri e pensatori, economisti e analisti, giornalisti e profeti di varia natura, avranno pure con dovizia di particolari spiegato che l'inflazione non c'è più, che siamo in deflazione, che la congiuntura economica propone un nuovo panorama, che esiste il “costo della vita percepito”, ma la gente, la signora qualunque, la coppia di giovani o meno giovani, ecco la gente ha la netta sensazione che quelle analisi siano delle vere e proprie prese in giro: perché non sarà inflazione e invece sarà deflazione, ma alla fine sempre vuoto è il borsellino.

Alcuni anni or sono un geniale politico nostrano per risolvere il problema invitò tutte le massaie a risparmiare facendo il giro dei mercati: dal che la gente valutò che poca fosse la differenza tra il costo di un chilo di spinaci e un anello d'oro, specie se al costo della verdura si aggiungeva quello del tempo perso per girare in città da un banchetto all'altro. Sulle mogli, per contro, l'effetto della proposta non fu per nulla uguale, sperando esse che il marito scegliesse con la giusta attenzione ciò che più a loro aggradava. Inutile dire comunque che quel politico non riscosse un gran successo alle successive elezioni.

Il problema dei salari e del costo della vita è, invece, un problema serio, che non si risolve con battute o facili (e normalmente non richiesti) consigli. Il punto è che la liberalizzazione dei mercati ha condotto a una diversificazione dei prezzi anche da luogo a luogo e ovviamente il rapporto tra quantità di ricchezza accumulata in una regione e costo della vita è stretto, strettissimo. Non vi è forse un indicatore più netto della distanza che separa ancora tante città italiane in tema di ricchezza e benessere, come quello rappresentato dal costo della quotidiana tazzina di caffè. Si va, lo sa bene chi viaggia, dai 70 centesimi all'euro a 1,20 euro. Un esempio, banale, giornaliero, ma che, proprio perché tale, dimostra l'impatto che il blocco dei salari ha avuto sulla vita reale, per di più in Paese come il nostro nel quale il peso dei dipendenti pubblici è altissimo. 

Da qui dunque la corsa a rientrare nella propria regione di tanti professori (con la conseguente crisi delle scuole del Nord), le richieste di trasferimento verso zone ove il costo della vita sia più basso che non, mettiamo, a Milano o Varese. Ma la cosa riguarda pure larghe fette di dipendenti da imprese private: anche per loro la lotta per la sopravvivenza delle aziende si è sovente trasformata in una riduzione de facto dei salari. Assediate dalla concorrenza troppe imprese in questi anni si sono limitate a intervenire sempre più sul costo del lavoro e sempre meno su altri costi. E dunque?

Come in un pavloviano riflesso condizionato, qualcuno ha ritirato fuori dagli armadi un vecchio arnese della polemica politica e sindacale, le gabbie salariali, cioè l'idea di differenziare per legge i salari delle diverse regioni sulla base del costo della vita. A Ragusa, poniamo, un caffè costa 80 centesimi? Ecco il salario deve essere in relazione a questo livello di spesa. Per cui, se ne desume che al Nord i salari dovrebbero aumentare a dismisura (e i baristi ne dovrebbero godere in relazione, par di intendere) e al Sud d'Italia dovrebbero invece diminuire.