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SPILLO/ Quella domanda che manda in tilt il reddito di cittadinanza

I dati sull’occupazione comunicati ieri dall’Istat arrivano in un momento in cui si riacceso il dibattito sul reddito e il lavoro di cittadinanza. Il commento di EMMANUELE MASSAGLI

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I dati sull’occupazione comunicati ieri dall’Istat certificano la perdurante stagnazione del mercato del lavoro. I filogovernativi esultano per il lieve miglioramento dei tassi di occupazione e disoccupazione; gli antigovernativi si allarmano per l’incremento degli inattivi. Nei mesi precedenti accadeva esattamente il contrario. La polemica politica sui dati mensili del mercato del lavoro oramai è noiosa anche per i giornalisti. Eppure, dietro alle chiacchere da bar sugli zerovirgola, qualche spunto per considerazioni meno estemporanee è possibile ricavarlo e coltivarlo, quantomeno nella forma di seria domanda sul futuro del nostro mercato del lavoro e, di conseguenza, del nostro sistema di welfare.

È tornato di grande attualità, da qualche settimana a questa parte, il tema del reddito di cittadinanza. Argomento che sarebbe ingenuo bollare come superficiale o propagandistico. Il ragionamento di fondo di chi auspica la pronta approvazione di una misura assistenzialistica di questo genere è tutto sommato lineare e tutt’altro che campato per aria. Nel futuro, per il combinato disposto di crisi economica, effetti della globalizzazione sullo spostamento manodopera e, soprattutto, capacità della tecnologia di sostituire l’uomo in molte professioni non solo del settore primario e secondario, ma anche del terziario, la quantità di lavoro disponibile sarà molto minore. Questo genererà una condizione inedita nella storia moderna dell’umanità: una società non più fondata sul lavoro.

Di conseguenza, sono destinate a scricchiolare buona parte delle nostre istituzioni e, soprattutto, il nostro sistema di welfare che è tradizionalmente “occupazionale”, ovvero costruito sui contributi versati da chi lavora. Meno lavoro, meno contributi, insostenibilità del welfare conosciuto finora. Ragionamento lineare, appunto. Futuristico, ma non fantasioso. E quindi? Ecco la proposta del reddito di cittadinanza: lo Stato, tassando maggiormente chi ingloba profitti senza generare lavoro (vedasi l’imposta sui robot proposta da Bill Gates, non esattamente un massimalista sinistrorso), redistribuisce risorse verso chi è rimasto senza reddito per potergli garantire un’esistenza quantomeno dignitosa e consumi (altrimenti le imprese tassate non possono sostenere il sistema) e per potersi a sua volta garantire pace sociale, scongiurando rivolte causate dalla fame. Se le tasse richieste alle imprese sono inferiori alla cifra che queste spenderebbero per assumere lavoratori meno produttivi delle macchine, ecco che il sistema può reggere (sulla carta, quantomeno).

Sono decine le diverse forme che questa proposta può assumere, a seconda degli orientamenti politici e dei credo economici dei proponenti: il reddito di inclusione ha una colorazione più sociale; il lavoro (socialmente utile) di cittadinanza recentemente citato da Renzi una sfumatura keynesiana; l’imposta negativa una radice libertaria friedmaniana; il voucher sociale pagato dallo Stato un riferimento allo statalismo francese, ecc.