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GIOVANI E LAVORO/ Come preparare il cv dopo la scomparsa del posto fisso

La polemica sulle parole di Giuliano Poletti ha riacceso l'attenzione sull'importanza del curriculum vitae, che deve adattarsi al nuovo mercato del lavoro, spiega GIANNI ZEN

Caso Poletti, Lapresse Caso Poletti, Lapresse

Oramai si vive solo di battute. Segno di una commedia della politica odierna che non riesce più a sopravvivere nemmeno alle proprie contraddizioni. Eppure, chi vive nel cuore della realtà, in cerca di un "punto di Archimede", sa che non deve e non può limitarsi a rincorrere le battute giornaliere. Perché l'etica della responsabilità chiede e pretende, invece, pensieri lunghi. Difficili oggi. Se, in altri termini, il ministro Poletti pensasse prima bene prima di parlare, spiegando in modo chiaro e tranquillo quello che intende dire, forse non accumulerebbe gaffe su gaffe.

Perché la sua ultima gaffe una verità la dice, anche se male spiegata: nei curriculum vitae, in poche parole, non deve emergere solo il percorso scolastico, ma anche quel profilo di personalità che dovrebbe dire le attitudini, le capacità, le esperienze, le competenze, le sensibilità. In sintesi: un cv dovrebbe dire la "persona" che si presenta, si mostra, si rende disponibile, si rende trasparente. Ecco, la persona. Persino l'ultima versione delle certificazioni ISO 9001:2015 non parla più di "risorsa umana", preferendo parlare, appunto, di persona a tutto tondo. Considerazioni già emerse nelle analisi che hanno fatto emergere, per i colloqui di assunzione, le soft skills, prima che delle hard skills, cioè le competenze specifiche, analitiche, caratterizzanti una specializzazione.

La battuta di Poletti, perciò, così come è stata posta, si è rivelata infelice. Pensavo, sinceramente, che la "lettera aperta" di Lara Lago, con la bella metafora della "valigia", ex allieva del mio liceo, che ha fatto il giro del web e delle tv, lo avesse portato a pensare prima di parlare. Invece… Ma il senso di quella battuta non può essere taciuto; anzi, dovrebbe portare al ripensamento del nesso tra conoscenze, capacità, competenze ed esperienze. Riflessione ancora difficile nel nostro Paese, di fatto sospeso tra il mito del "posto fisso" al di là della richiesta di qualità del "servizio", e quel sottofondo assistenzialista che è il nostro vero muro di gomma. Quello che penalizza i giovani a vantaggio dei padri e dei nonni. In particolare nel settore pubblico, tanto da registrare la loro assenza dalle scuole e dalle università, cioè le energie migliori. Mentre nel settore privato si cominciano a vedere le primi luci in fondo al tunnel, con la sempre maggiore richiesta di giovani in gamba, innovativi, creativi, magari con cv non troppo lunghi, ma carichi di idee e di grinta, oltre che disponibili al gioco di squadra, a un concetto positivo di competizione, cioè alla disponibilità a confrontarsi e a imparare da tutti, in particolare dai più bravi.

Mentre nel settore pubblico, purtroppo, domina ancora la vecchia logica individualistica (graduatorie, concorsi, trasferimenti, occupazione militare di un posto fisso), nel settore privato conta la capacità di risposta a esigenze, problemi aperti, richieste, disponibilità. La vita, cioè, è relazione, e nelle relazioni nascono idee, proposte, atti di coraggio. Non solo, nelle relazioni tutti "impariamo facendo".

Cosa dovrebbe, dunque, contenere un cv? Dovrebbe indicare non solo i propri percorsi di studio e le proprie esperienze, ma, soprattutto, in relazione al contesto di riferimento verso il quale si intende presentare la domanda, l'indicazione del "valore aggiunto" della propria conoscenza che si fa capacità e competenza. Valore aggiunto che va proposto dopo un'analisi del settore prescelto, con uno sguardo di umiltà e di disponibilità a imparare da tutti. Competenza, passione e umiltà, dunque. Che devono emergere, in particolare, nel colloquio di selezione, nel quale bastano pochi secondi, pochi attimi, nei quali siamo chiamati a dire qualcosa di noi stessi nei termini di una percezione positiva e propositiva che l'interlocutore deve cogliere al volo.

Nel pubblico impiego, e in particolare nella scuola, siamo ancora anni luce lontani dalla vita reale. E si vede. Perché nella vita reale il principio di Archimede ogni giorno lo reinterpretiamo in questi termini: non più il vecchio "Datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo", ma il nuovo "Datemi un motivo per sollevare il mondo e vi troverò un punto d'appoggio". La centralità delle persone.

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