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Lavoro

RIFORMA PA/ I problemi ancora aperti dopo i decreti attuativi

Sono arrivati nuovi decreti attuativi riguardanti la riforma della Pubblica amministrazione. Per MASSIMO FERLINI sono importanti alcune valutazioni che faranno i cittadini

Marianna Madia (Lapresse)Marianna Madia (Lapresse)

La riforma della Pubblica amministrazione è stata approvata oltre un anno fa. Poi gli interventi della Corte Costituzionale che hanno dato ragione ai ricorsi presentati dalla Regione Veneto hanno costretto a re-intervenire sui decreti attuativi relativi al personale, ai dirigenti della sanità e al riordino delle società partecipate. Per queste ultime dovrebbe essere stata indicata la strada definitiva per una loro contrazione. Si prevede che passino da 8.000 a 1.000 circa. Sarebbe così avviato un reale provvedimento di liberalizzazione di mercati locali spesso ingessati da società pubbliche inefficienti e costose. Il principio fissato indica la chiusura per società che non raggiungono il milione di fatturato annuo. I comuni avranno tempo fino all'estate per procedere a presentare l'elenco delle loro scelte e le Regioni potranno indicare, per le società regionali, eventuali deroghe ai principi generali. Il decreto ha previsto inoltre che saranno le assemblee a decidere se vi sarà un amministratore unico o un consiglio di amministrazione.

Rimarrà ancora aperta la decisione sull'albo nazionale per le nomine dirigenziali in Asl e Ospedali. Servono ulteriori chiarimenti con le Regioni e il consenso del ministero della Salute. Il decreto più interessante è però quello relativo al personale della Pa indicato da tutti come il provvedimento contro i furbi del cartellino. Con questo decreto si sancisce il licenziamento per quei lavoratori della Pa che si fanno risultare artificiosamente presenti sul posto di lavoro essendo in realtà assenti. La sanzione riguarda il diretto interessato, ma anche il dirigente che non ha controllato e rilevato le mancanze. Identica sanzione può essere applicata per gli assenteisti seriali. Per chi è uso ammalarsi in coincidenza con festività, ponti e chiusure d'ufficio, l'Inps, come già fa per i lavoratori privati, rileverà i dati e li segnalerà alle amministrazioni competenti.

Con questo decreto attuativo si è pressoché completata la parte di riforma della Pa relativa al personale. È evidente che chi auspicava il passaggio alle regole applicate nel settore privato potrà dirsi solo parzialmente soddisfatto. Per quanto riguarda la questione che si era posta con l'entrata in vigore del Jobs Act, ossia il superamento dell'articolo 18, questo viene mantenuto per i pubblici dipendenti, conservando così una disciplina dei licenziamenti diversa da quanto previsto per il resto dei lavoratori.

La ragione principale addotta di tutto ciò è che la Pa è fatta sì di grandi strutture, ma anche di piccole realtà, nelle quali il mutare della guida politica delle amministrazioni avrebbe potuto comportare sostituzioni del personale dovute a motivazioni politiche o a contrapposizioni localistiche che avrebbero aperto innumerevoli contenziosi. A mitigare la scelta di mantenere la disparità nelle regole dei licenziamenti si è introdotto, come per i contratti a tutele crescenti del settore privato, un massimale economico al fine di favorire le conciliazioni in caso di licenziamento. La questione principe rimane però che l'accesso per concorso e una regola unica per la Pa in generale, senza le utili semplificazioni in entrata e in uscita per singole amministrazioni in funzione delle loro specificità territoriali, organizzative e funzionali, lasciano intatta la concezione del posto a vita e non favoriscono l'acquisizione di un'adesione ai compiti lavorativi con una partecipazione favorita da meritocrazia e premialità legate a valutazioni oggettive.