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IDEE/ Il "reddito temporaneo" per aiutare i giovani e i disoccupati

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Al contempo il reddito di passaggio può essere visto come una rete di protezione attiva anche nel momento in cui il circuito esclusione-reintegro possa prevedere una mobilità territoriale sostenuta da una migliore aspettativa nel raggiungere altre destinazioni fuori della regione di appartenenza. Oppure possa sostenere prevedendone appositi moduli d'intervento un cambio di categoria da dipendente ad autonomo o piccolo imprenditore. In ogni caso questo lavoro che si potrebbe chiamare lavoro 4.0 è presente durante l'intero arco vitale produttivo, ma non in continuità per tutto il tempo. 

È un lavoro costruito dalla mobilità settoriale e territoriale, dove sono scomparse casse integrazione, Naspi e tutti gli altri ammortizzatori puramente sociali, poiché cambia la logica e l'uso. E inoltre è un lavoro il cui reddito non può essere confuso con altre forme derivanti solo dalla libera contrattazione delle parti sociali, come ad esempio i fondi di solidarietà, ecc. Materia di dibattito politico parlamentare e di legge, dopo i necessari confronti con le parti sociali, questo "lavoro di passaggio" viene gestito fissando principalmente bacini settoriali pubblici, ma che poco o nulla avrebbero a che vedere con i cosiddetti lavori socialmente utili.

Va da sé e deve essere chiaro per quello che si dirà più avanti per l'Agenzia del lavoro, va individuato un gestore che tratteremo in un altro articolo. Nella proposta che avanzai nel 2011  l'unico elemento che colpì la fantasia dei 5 Stelle fu la sospensione dell'assegno al disoccupato che non accetta le offerte di nuovo lavoro. Forse l'Agenzia per le politiche attive del lavoro potrebbe trovare una migliore ricezione (almeno dal titolo così sembra). Tuttavia il gestore che io intendo deve essere adeguato e dotato di nuove abilità che qui anticipo solo con un motto (sicuramente sgradito ad alcuni): centralizzazione delle risorse, regionalizzazione dei comportamenti.

Ma se il lavoro non c'è? Mi spingo a dire che il lavoro c'è e ci sarà, indipendentemente che sia come quello di 50 anni fa o della scorsa settimana, che sia dipendente, o autonomo, o imprenditoriale, che passi attraverso le start up o le banche e le assicurazioni. A sostenere questa dimensione interviene qui il detto che il lavoro si paga e quindi genera reddito. Qui non si tratta né di reddito di cittadinanza, né di lavoro di cittadinanza che poi prevedono retribuzioni di forma assimilate ai sussidi di disoccupazione. Questo deve essere un vero e proprio lavoro, ancorché di passaggio tra fasi di lavoro e non, e pertanto temporaneo, integrato dai contributi e dall'assistenza sanitaria vigente in un quadro di welfare stabile eppure dotato di quell'intelligenza verso la flessibilità e l'innovazione che ne permette il miglioramento.  Cambiando gli addendi il risultato non cambia: temporaneo qui non è sinonimo di precarietà e reddito di passaggio non è sussidio assistenziale.

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