BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

BUSTE PAGA/ I contratti che possono ridurre il costo del lavoro

Il Premier Gentiloni punta a una riduzione del costo del lavoro in Italia. Ma il compito non è facile. Ci spiega perché GIULIANO CAZZOLA, partendo dai numeri a livello europeo

Lapresse Lapresse

Bisogna essere strabici per valutare in modo appropriato la questione del costo del lavoro. Un occhio guarda da una parte, l’altro in un’altra direzione. Come ammontare assoluto, il caso italiano si colloca agli ultimi posti nell’Unione europea; se si considera, invece, il differenziale tra il costo del lavoro e la retribuzione netta (il cuneo) l’Italia sale ai primi posti. Ciò significa che gli aumenti salariali sono parecchio onerosi per i datori, ma hanno ricadute modeste in busta paga (il che spiega l’incidenza del lavoro sommerso, dell’evasione e della rincorsa ai rapporti di lavoro atipico). Ecco perché i livelli retributivi dell’Italia sono più bassi di quelli di altri principali paesi dell’Unione europea.

Secondo dati dell’Eurostat relativi alle imprese dell’industria e dei servizi privati, la retribuzione media oraria, a parità di potere d’acquisto, si colloca tra il 30 e il 40 per cento inferiore rispetto ai valori di Francia, Germania e Regno Unito. Eppure si continua a parlare del costo del lavoro come se fosse un’escrescenza anomala, quando invece ogni euro versato dai datori o prelevato dalle buste paga dei lavoratori va diretto allo scopo o di sostenere la fiscalità generale o di finanziare il modello di welfare all’italiana, dopo che negli anni passati i Governi hanno fiscalizzato i cosiddetti oneri impropri. Peraltro, quello della fiscalizzazione è un terreno irto di insidie, perché, giustamente, l’Unione europea è molto guardinga e severa nel sanzionare, in nome della libera concorrenza, gli aiuti di Stato alle imprese. Eppure è questo l’invito che viene dai principali organismi internazionali, attribuendo all’obiettivo della riduzione del cuneo-fiscale un’assoluta priorità rispetto ad altre iniziative di carattere fiscale assunte dall’esecutivo precedente.

Di ridurre il costo del lavoro, così, ha parlato il premier conte Gentiloni Silveri, annunciando, nel contempo, che il Governo da lui presieduto arriverà a fine legislatura. I margini sono comunque limitati, sia per quanto riguarda le risorse di carattere fiscale, sia quelle contributive-previdenziali. Un’attenta consultazione del bilancio dell’Inps metterebbe in evidenza che vi sono prestazioni per le quali le entrate sono superiori alle uscite (come l’assegno al nucleo famigliare o l’indennità di malattia, per esempio) e quindi lasciare intendere che, in questi casi, sarebbe possibile un taglio dei contributi sociali. Una prospettiva impraticabile dal momento che quello dell’Inps è un bilancio unitario, in cui le poste attive vanno a compensare quelle passive. Evidentemente senza riuscirci, visto che il bilancio consuntivo 2015 dell’Istituto ha un saldo negativo di oltre 16 miliardi.

Certo, la riduzione del costo del lavoro favorirebbe la ripresa economica. Ma non risolverebbe tutti i problemi. Occorrerebbe adottare, infatti, misure opportune per ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto (il Clup) che in Italia è molto elevato. Sarebbe ingeneroso caricarne la responsabilità soltanto sui lavoratori.