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SPILLO/ L'illusione sul taglio del cuneo fiscale in Italia

Nel Documento di economia e finanza e nel Programma nazionale di riforme sembra che il Governo abbia voluto evitare interventi sul lavoro. Il commento di EMMANUELE MASSAGLI

Giuliano Poletti (Lapresse) Giuliano Poletti (Lapresse)

Nel Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile è contenuto anche il Programma nazionale di riforme (si tratta della sezione III). Verso questo documento si era polarizzata l’attenzione degli addetti ai lavori, curiosi di comprendere quali fossero le intenzioni del Governo anche in vista della sofferta manovra autunnale. Il documento è piuttosto deludente e manca di precise proposte di riforma. È però interessante cogliere quali siano per il Governo i punti centrali dei futuri interventi sul mercato del lavoro: politiche attive, welfare e previdenza, occupazione femminile e giovanile, salario di produttività, lavoro autonomo. Da ultimo, un accenno è fatto anche al varo della “riforma del lavoro accessorio” (riforma che non potrà che essere peggiorativa dell’istituto precedente, che propriamente va re-inventato e non riformato, essendo stato abrogato in fretta e furia dallo stesso Governo che ora, in qualche modo, vuole reinserirlo nell’ordinamento).

Non deve stupire l’esiguità del “menù lavoro”: gli atti programmati per i prossimi mesi, come ormai è noto, saranno volti al risparmio, non all’investimento. Anche per questo le proposte concrete trapelate dai Ministeri sono piuttosto limitate: rimodulazione del premio di produttività per le imprese che prevedono piani di partecipazione concedendo loro la decontribuzione fino a 1.000 euro; nuova decontribuzione per l’assunzione dei giovani (soprattutto al Sud); implementazione del cosiddetto Jobs Act degli autonomi finalmente in via di approvazione definitiva.

Invero ancora molti sarebbero gli spazi per interventi di natura “espansiva” a costo limitato, se non nullo: dalla razionalizzazione del welfare aziendale alla riforma del lavoro intermittente; dal potenziamento dell’apprendistato alle prime misure sulla formazione continua; dall’abrogazione delle dimissioni telematiche al sostegno alla mobilità dei lavoratori. Questo Governo, tuttavia, pare essersi scottato proprio maneggiando il capitolo lavoro e per questo è ora prudente. In particolare, non poco sono pesati sull’attuale situazione di bilancio i 20 miliardi spesi per la decontribuzione per nuovi assunti vigente nel 2015, verificatasi poco utile nel sostegno a una ripresa costante dell’occupazione, gonfiatasi e sgonfiatasi nell’arco di una sola Legge di bilancio.

Il contenuto più dirompente accennato nei documenti circolati negli scorsi mesi era quello relativo al taglio del costo del lavoro. Tentativo che non sarà effettuato a breve, a quanto pare di capire leggendo il Def, nonostante i recenti rapporti della Ragioneria Generale dello Stato e dell’Ocse abbiano certificato il peso della tassazione sul lavoro italiano. Quegli stessi documenti, però, come al solito senza che a questo i media abbiano dedicato attenzione, dimostrano anche che sono numerosi i Paesi europei nei quali il costo del lavoro è più rilevante che in Italia. E non si tratta di Paesi con mercati del lavoro più ingessati del nostro, anzi: Danimarca, Belgio, Svezia, Francia, Finlandia, Germania, Olanda… Le statistiche sono calcolate sulle percentuali di peso della tassazione e contribuzione sul salario: sono quindi depurate dai diversi costi della vita. È un dato che dimostra che il taglio del cuneo fiscale da solo non sarà mai la soluzione a tutti i malanni del nostro mercato del lavoro. Aiuterebbe a curarli, certo (solo a patto che sia sostanzioso e strutturale), ma non a risolverli.

Il lavoro in Italia, infatti, è ancora pesantemente zavorrato da costi legislativi e burocratici notevoli. Non solo: inevitabilmente risente anche della sfiducia istituzionale alla attività d’impresa e dell’italica diffidenza verso le imprese che vanno bene, solitamente molto tassate per aiutare invece quello che vanno male. Fino a che non si ribalterà questo assunto, prendendo atto che il lavoro è creato solo dalle imprese che competono e non da quelle che sopravvivono, e di conseguenza non si orienteranno le leggi e il Fisco in questo senso, sempre permarranno i problemi sul mercato del lavoro, certamente indifferente a operazioni laterali e di dettaglio come quelle accennate nel programma di riforme.

Twitter @EMassagli

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