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Lavoro

ARTICOLO 18/ Pd, Cgil e la "marcia del gambero" per l'Italia

Dopo la bocciatura del referendum proposto dalla Cgil, l'articolo 18 resta comunque nell'alveo del dibattito politico, soprattutto a sinistra. Il commento di GABRIELE FAVA

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Non accenna a placarsi il dibattito intorno al discusso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, pesantemente modificato, se non stravolto, dalla riforma Fornero, prima, e infine dal Jobs Act. Dopo la bocciatura del referendum a opera della Corte Costituzionale, quesito dichiarato inammissibile in quanto ritenuto "manipolativo" e non meramente abrogativo, l'articolo 18 è divenuto materia di confronto, e di scontro, all'interno del Partito democratico. Sono molto recenti, infatti, le dichiarazioni di Michele Emiliano, candidato alla segreteria del Pd con Matteo Renzi e Andrea Orlando, che si è detto intenzionato, una volta vinte le primarie, a mettere al centro del proprio programma in tema di lavoro la reintroduzione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nella sua formulazione originaria. Ciò equivarrebbe, in sostanza, in caso di licenziamento, a un ritorno alla tutela reale (la reintegra nel posto di lavoro) in luogo dell'attuale tutela economica.

Attualmente le tutele in caso di licenziamento illegittimo prevedono nella stragrande maggioranza dei casi la corresponsione di un'indennità economica. La sanzione della reintegra nel posto di lavoro è, invece, limitata ai casi in cui in cui il giudice accerti l'illegittimità del licenziamento in quanto discriminatorio, nullo, orale, ovvero per disabilità fisica o psichica del lavoratore, o ancora nel caso di licenziamento disciplinare fondato sulla contestazione di un fatto materiale insussistente. In tutti gli altri casi, dopo l'introduzione del contratto di lavoro a tutele crescenti, al lavoratore licenziato spetta unicamente un'indennità pari a due mensilità per ogni anno di servizio.

Reintrodurre l'articolo 18, nella sua formulazione originaria precedente alla riforma Fornero, significherebbe ritornare a un sistema che fa della reintegra la sanzione naturale in tutti i casi di licenziamento dichiarato illegittimo. Un tale intervento non solo costituirebbe un ritorno al passato, ma si risolverebbe sicuramente in un deciso passo indietro. Prevedere che sia la reintegra il normale e ordinario rimedio in caso di licenziamento illegittimo comporterebbe, infatti, un irrigidimento del mercato del lavoro non in linea con i recenti sviluppi in tema di tutele contro il licenziamento illegittimo e con le recenti esigenze di flessibilità che da tempo spingono verso un rafforzamento della tutela indennitaria a scapito della tutela reale.

Non è, infatti, condivisibile l'erronea convinzione che, in assenza di una tutela reale, e quindi della sanzione della reintegra, ci si ritrovi in una situazione in cui un datore di lavoro sarà più libero di licenziare a scapito dell'occupazione e dei diritti dei lavoratori. L'articolo 18 viene troppo spesso strumentalmente indicato quale unico elemento di tutela della stabilità del rapporto di lavoro. La realtà è ben diversa e i problemi del mercato del lavoro italiano sono ben altri. Pertanto è, dunque, necessaria una riforma strutturale incentrata su produttività, semplificazione burocratica e riduzione del costo del lavoro.

D'altronde, come più volte osservato, non è procedendo a colpi di spugna che si può pensare di favorire ripresa economica e apertura del mercato del lavoro, quanto piuttosto attraverso sapienti interventi migliorativi. La normativa varata negli ultimi anni c'è, non è sicuramente perfetta, e i dati del Paese riguardanti la crescita e l'occupazione lo confermano, ma non è di certo ritornando a un testo normativo varato oltre 40 anni fa che si riuscirà davvero a garantire un significativo rilancio dell'economia italiana.

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