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Pensioni/ Ape, ci sono già degli esclusi...(ultime notizie oggi 10 aprile)

Riforma pensioni 2017. Ape social, ci sono già esclusi. il rischio per chi presenta la domanda dopo il 30 giugno è di dover attendere il 2018. Le novità e le ultime notizie, oggi 10 aprile.

Riforma pensioni 2017, Pier Carlo Padoan e Giuliano Poletti (Lapresse) Riforma pensioni 2017, Pier Carlo Padoan e Giuliano Poletti (Lapresse)

C’è attesa per i decreti attuativi relativi all’Ape, di cui ancora non si conoscono i contenuti. Non è detto che al loro interno ci siano tutte le indicazioni sulle condizioni del prestito bancario legato all’Anticipo pensionistico. Tuttavia si sa già che non tutti i pensionandi potranno richiederlo. Infatti, bisognerà poter contare su un futuro assegno pari a 1,4 volte il minimo (poco più di 700 euro mensili) per poter vedersi accordato l’Ape. Questo per far sì che la decurtazione che si subirà una volta in pensione non porti l’importo dell’assegno a un livello troppo basso. Questa non è però l’unica limitazione di accesso all’Ape. Infatti, come ricorda laleggepertutti.it, il peso delle rate da restituire non deve superare il 30% della pensione. 

L’Ape social è senz’altro il tema di cui si parla di più in questi ultimi giorni per quel che riguarda la riforma delle pensioni. Il suo avvio è previsto per il 1° maggio ed è probabile che il Governo vari un decreto per modificare alcune caratteristiche dei requisiti richiesti nel caso di svolgimento di lavori gravosi. Tuttavia, come evidenzia Repubblica, resta aperto il problema della “lista d’attesa”. Coloro che presenteranno la domanda dopo il 30 giugno, infatti, potrebbero vedersela respingere se i fondi stanziati dal Governo dovessero terminare. In ogni caso, poi, potrebbero accedere all’Ape solamente nel 2018. È facile quindi immaginare una “corsa” a presentare la domanda entro il 30 giugno: poi sarà l’età anagrafica a fungere da priorità.

Niente Ape peri militari e le forze dell’ordine. Lo scrive forexinfo.it, sottolineando che non c’è “nessuna possibilità di andare in pensione anticipata per il personale delle Forze dell’Ordine e di Polizia, né con l’Ape, né con altre misure correttive”. Tuttavia si riconosce che gli appartenenti a questi corpi possono andare in pensione a 57 anni e 7 mesi con 35 anni di contributi, oppure a 60 anni e 7 mesi con 20 anni di contributi o ancora indipendentemente dall’età anagrafica con 40 anni e 7 mesi di contributi. Condizioni quindi più favorevole rispetto a quelle previste dalla Legge Fornero e dallo stesso Anticipo pensionistico, che tra l’altro, nella formula volontaria, prevede una penalizzazione ventennale per rimborsare il prestito bancario necessario all’anticipo. 

Cresce la preoccupazione per i pensionati visto che i decreti decisivi della riforma pensioni 2017 risultato alquanto in ritardo, o almeno parte di essi: l’Ape infatti rischia al momento di vedere qualche intoppo sul percorso già di per sé non semplice per arrivare fino all’approvazione. Dovrebbe concludersi tutto entro il primo maggio per poter far scattare tutto l’iter successivo di calcolo e iscrizione alla novità studiata dal governo per poter andare prima in pensione. Però come segnala Repubblica, all’appello mancano tre decreti approvati, il parere del Consiglio di Stato e Corte dei Conti e anche la circolare Inps: i nodi al pettine sono tanti, anche perché mancano le coperture economiche, denunciano i sindacati, e la possibilità di chiudere la partita della riforma pensioni entro la data limite fissata dallo stesso governo del 1 maggio prossimo. (agg. di Niccolò Magnani)

L'anticipo pensionistico per i militari è a rischio: per coloro che lavorano nel comparto difesa e sicurezza del resto è prevista del resto un'età per il ritiro che è spesso anteriore a quella vigente. L'anticipo pensionistico, come stabilito con la riforma delle pensioni, è accessibile solo per coloro che hanno raggiunto il 63esimo anno di età, ma i militari nel 2017 possono lasciare il servizio a 57 anni e 7 mesi e 35 di contributi o con 40 anni e 7 mesi di contributi a prescindere dall'età anagrafica. L'Ape risulta, dunque, difficilmente invocabile per i militari, che acquisiscono il diritto alla pensione di vecchiaia prima. Al massimo potrebbe interessare le qualifiche superiori, per cui l'età del ritiro di vecchiaia può slittare in alcuni casi oltre i 65 anni. Discorso simile per l'Ape sociale, che prevede requisiti d'accesso incompatibili con questo comparto: è riconosciuto, infatti, a soggetti in stato di disoccupazione per licenziamento, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale. Insommala riforma delle pensioni non produce importanti cambiamenti per i militari.

Sono state messe a punto le undici categorie di lavori gravosi inseriti nei prossimi Decreti sulla riforma pensioni, Fase 2: almeno su questo punto non dovrebbero esserci grossi problemi o ultimi stravolgimenti improvvisi. Queste mansioni gravose che dal prossimo 1 maggio (si spera, dati i ritardi generale dell’intero iter governativo) potranno godere dell’anticipo di pensione attraverso l’Ape sociale, sono ormai rese pubbliche: si va dagli operatori ecologici e separatori di rifiuti, agli operai dell’industrai estrattiva; passando per i conduttori di gru o macchinari mobili e ai conducenti di treni e personale viaggiante. Verranno inseriti anche conduttori e camionisti, personale sanitario con lavoro organizzato in turni (infermiere, Oss, ostretiche) e poi anche addetti all’assistenza di persone non in condizioni auto-sufficienti. Da ultimo, persone nei servizi di pulizia, facchini e insegnanti della scuola dell’infanzia ed educatori negli asili nido. (agg. di Niccolò Magnani)

Su fronte della Quattordicesima, uno degli elementi di maggiore cambiamento con la riforma pensioni, resta ancora un rebus da risolvere e che riguarda il reddito “presunto”: l’assegno con somma aggiuntiva in favore dei titolari di tutti i trattamenti pensionistici derivanti dal versamento contributi, vedrà innalzato l’importo di chi ne aveva già diritto (circa il 30% in più per tutti), e poi estende la fascia di reddito tra i 9.786,86 euro e 13.049,15 euro l’anno. Il problema è che il reddito resta presunto visto che viene calcolato da Inps in base ai dati conosciuti dalla piattaforma fiscale e in secondo luogo verificato alla luce del modello Red, del modello Unico o del 730 che i pensionati saranno chiamati a compilare. Alcuni sindacati hanno lamentato questa misura: «Qualora ci fossero redditi aggiuntivi – spiega Alessandro Gasparri, direttore dei patronati Inca Cgil della provincia di Pisa – l’Inps procederà al recupero della somma non dovuta con il trattamento dell’anno successivo». Secondo il sindacalista, intervistato da Il Tirreno, «se per esempio, nell’anno in corso, il pensionato incassa l’affitto di un immobile oppure ottiene la reversibilità del coniuge deceduto, deve essere consapevole di andare incontro ad un indebito». (agg. di Niccolò Magnani)

Per la riforma pensioni che dovrebbe nelle intenzioni del Governo Gentiloni sostituire in gran parte il testo Fornero, rischia ancora di vedere arenata una parte della sua novità specifica: sul fronte dell’Ape sociale infatti sono ancora due i nodi in campo piuttosto ingombranti. Da un lato i paletti dei equiseti sono assai stretti, tanto che possono richiedere l’indennità dello Stato fino a 1500 euro solo i disoccupati, chi assiste un parente disabile, chi ha svolto un lavoro gravoso (con 11 categorie espresse) e infine chi è direttamente invalido almeno al 74%. Il problema, ad esempio come spiega anche Repubblica questa mattina, è che i lavoratori “usurati” che possono usufruire dell’Ape sociale devono avere almeno 36 anni di contributi e gli ultimi 6 aver lavorato in modo continuativo. Si taglia così fuori una grossa fetta di lavoratori, tutti quelli discontinui ad esempio; in secondo luogo è la lista d’attesa l’altro vero nodo della riforma pensioni sul fronte “social”. Infatti, chi fa domanda di questa formula dal 1 maggio al 30 giugno riceve l’assegno il primo ottobre, o massimo primo novembre con una speciale classifica che vede in cima i pensionati più vecchi d’età. Ma la Cgil denuncia, «tutti quelli che arrivano dopo potrebbero essere respinti se i 300 milioni stanziati dal governo dovessero esaurirsi con i primi della lista». Insomma, due nodi non indifferenti che rischiano di complicare e non poco i piani del Ministero del Lavoro. (agg. di Niccolò Magnani)

Nel corso del confronto con il Governo sulla riforma delle pensioni, i sindacati avevano chiesto di portare una correzione ai requisiti richiesti per l’accesso all’Ape social, che però non arriverà, a quanto si apprende, attraverso i decreti attuativi. Come spiega Il Sole 24 Ore, per quel che riguarda i lavori gravosi resta il requisito di aver svolto una mansione particolarmente pesante negli ultimi sei anni di carriera in maniera continuativa, ma verrà inserita una “franchigia” di 12 mesi, come richiesto appunto dalle organizzazioni sindacali. Il tutto verrà sancito con un apposito decreto legge che il Governo dovrebbe emanare la prossima settimana insieme alla manovra correttiva. In buona sostanza, la necessaria continuità lavorativa di sei anni sarà “spalmata” su sette anni. Un miglioramento certo rispetto alla situazione iniziale, ma forse non in grado di “fare la differenza”. Per gli edili, per esempio, la discontinuità lavorativa dovuta agli ultimi anni di crisi potrebbe aver pesato più di 12 mesi. Inoltre, resta il fatto che i sei anni valgono solo a fine carriera e non nel caso, per esempio, di chi ha svolto lavori gravosi per anni vedendosi poi trasferito ad altro incarico, magari proprio perché “usurato”. Il Governo non è sembrato però disponibile ad accogliere un’altra richiesta sindacale: non potranno quindi accedere all’Ape social i disoccupati per scadenza di contratto a termine. Resta di fatto una sorta di “discriminazione” tra disoccupati che di certo non può dirsi positiva, soprattutto dal punto di vista sociale.

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