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Lavoro

Contratti statali/ Dipendenti pubblici, rinnovo stipendi: rivolta dei Presidi, “serve aumento da 830 euro”

Contratti statali, rinnovo e aumento stipendi dipendenti pubblici: venerdì la prima svolta? Le ultime notizie sull'imminente apertura della trattativa tra governo e sindacati

Contratti statali, Marianna Madia (Foto: LaPresse)Contratti statali, Marianna Madia (Foto: LaPresse)

Sul fronte dei contratti statali, si apre una nuova “bega” per il Ministero della Pubblica Amministrazione e ovviamente anche per il Miur: il tema è infatti quello della dirigenza scolastica, con il sindacato Udir che si è fatto voce della protesta di tanti Presidi e Dirigenti scolastici rispetto al nodo ancora bloccato dell’aumento stupidenti per tutti i dipendenti pubblici, incluso il personale scolastico. «Domani i sindacati rappresentativi torneranno al Ministero dell’Istruzione per verificare se ci sono le condizioni per regolamentare la valutazione dei presidi, la loro equiparazione retributiva con il resto della dirigenza pubblica e la definizione dell’atto di indirizzo per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro», scrive il comunicato apparso oggi dell’Udir, indirizzato proprio sul Miur e per l’intera riforma Madia che prevede l’aumento medio di 83 euro mensili.

«Ci vorrebbe dieci volte la cifra offerta dal Miur: 830 euro lorde al netto degli 83 euro offerti per la firma del Contratto. Si tratta delle cifre minime utili ad assorbire il mancato aumento dell’indennità di vacanza contrattuale», richiede con forza il sindacato, facendo leva sulle tante proteste nei mesi scorsi, sui contratti dei Dirigenti Scolastici. Non solo, «oltre agli incrementi per le reggenze, il riconoscimento della RIA per neo-assunti, l’aumento di 8.600 euro della quota fissa della retribuzione di posizione come per gli altri dirigenti dell’area pubblica, il doppio dei soldi stanziati nell’attuale Fondo Unico Nazionale di categoria», conclude l’Udir. (agg. di Nicccolò Magnani)

Si è aperta una settimana importante per quanto riguarda il rinnovo dei contratti statali e l'aumento degli stipendi dei dipendenti pubblici. Venerdì dovrebbe arrivare l'ultimo via libera al Testo Unico del pubblico impiego, l'ultimo pilastro della riforma Madia. Dovrebbe approdare nella seconda parte della settimana in Consiglio dei Ministri. Di conseguenza, dovrebbe riaprirsi poi la trattativa tra i sindacati e governo per sbloccare una situazione rimasta ferma da troppi anni. In teoria, dunque, dovrebbero essere rispettati i tempi fissati dal ministro della Pubblica Amministrazione, ma il confronto tra l'Aran, l'agenzia che rappresenta il governo nei negoziati, e i sindacati si preannuncia tutt'altro che semplice. Vanno superate, infatti, le perplessità dei sindacati, secondo cui ci sarebbe ancora poca chiarezza sulle norme e soprattutto sulle risorse. Servono numeri e garanzie sulla copertura finanziaria, oltre che uno sforzo aggiuntivo per andare incontro alle esigenze dei dipendenti pubblici.

Sul nodo dei rinnovi contrattuali è intervenuta la Federazione Veterinari e Medici (FVM) con una nota. «Senza risorse adeguate e senza modifiche ai criteri giuridici del rapporto di lavoro il nuovo contratto servirà a poco. Non darà soddisfazione ai professionisti della salute e non rilancerà la funzione pubblica della sanità». Il presidente FVM Aldro Grasselli ha poi criticato la scelta di limitare gli aumenti contrattuali alle sole fasce più basse di reddito: «Si rivelerebbe un sistema infallibile per far uscire dal Ssn le professionalità migliori che, immediatamente reclutate dalla sanità privata, andrebbero a potenziare ulteriormente la concorrenza degli investitori privati in sanità contro il Ssn». FVM ha chiesto delle modifiche al ministro Madia per scongiurare un'ulteriore riduzione delle retribuzioni, minacciando ritorsioni a livello politico: «Dopo la perdita di potere di acquisto registrata negli anni di blocco contrattuale, se le nostre richieste resteranno inevase, non c'è da aspettarsi un grande consenso dei lavoratori della sanità da qui alle prossime elezioni politiche».

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