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PIL E LAVORO/ L'alternativa a rivoluzioni e "vaffa" per la ripartenza dell'Italia

Il Rapporto Istat ha certificato che il periodo di recessione cominciato nel 2008 è alle spalle. Ma anche che le disuguaglianze sono aumentate. Il commento di GERARDO LARGHI

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Bene: ora siamo certi che la crisi è in fase discendente, che il peggio è alle spalle, che il periodo di recessione è finito e possiamo restare in trepidante attesa della prossima fase: sarà un boom economico, una bolla finanziaria, sarà il frutto concreto di Industria 4.0 (qualunque roba si celi dietro questa sigla)? Sarà insomma un concreto momento di sviluppo oppure un altro momento in cui i grandi finanzieri di questo mondo, dopo averci convinto che ci aspetta l'Eldorado, ci porteranno nelle periferie di Calcutta o di Nairobi?

Comunque sarà, il recente Rapporto Istat ha certificato che il periodo di recessione cominciato nel 2008 è alle spalle, che siamo fuori dalla crisi, che costei è stata ufficialmente mandata in pensione (Fornero permettendo!). Giornali, radio, TV, siti internet ne hanno parlato, qualcuno perfino per più di un minuto, qualcun altro un po' così, alla "Maria passa via", per poi tornare sui temi prediletti: il babbo di Renzi, la mamma di Renzi, la nonna di Renzi, il cane di Renzi, e via renzando.

Eppure il Rapporto Istat è decisamente più interessante di qualunque non-notizia, come dice Mattia Feltri, su un politico. Quel rapporto va letto per intero, non per stralci perché il quadro, complesso articolato, che ci lascia, ci dice sull'Italia vera, quella che incontriamo per strada quotidianamente, molto, molto di più di ogni nostra sensazione. Questo 25simo Rapporto analizza i gruppi sociali che ci compongono, e vi è, in questo testo, una frase che racconta tutto: si tratta dell'inizio dell'ultimo capitolo, quello dedicato ai "Gruppi sociali ed aspetti distributivi", e lì è scritto, nero su bianco, che «alla fine del periodo di recessione economica 14 paesi europei su 271 registrano livelli di diseguaglianza dei redditi disponibili più alti rispetto a quelli registrati prima della crisi». Il solo Paese che si è salvato è stata la Germania, dove «i livelli di diseguaglianza generatisi sul mercato […] sono rimasti costanti». 

Altrove, in Francia e Finlandia ad esempio, l'azione redistributiva ha permesso di invertire questa tendenza, e quindi ha generato un aumento, sia pure indotto, della ricchezza, e perfino in Spagna e Grecia la redistribuzione ha consentito di tamponare il problema e di evitare un crollo della differenza retributiva tra le diverse fasce sociali. Non che i redditi siano aumentati, l'aumento della diseguaglianza dei redditi di mercato è stato combattuto con una maggiore intensità dell'azione pubblica. E da noi? Da noi l'intervento pubblico è tra quelli meno cresciuti: tradotto, da noi le differenze sociali, conseguenza prima della crisi legata al mercato del lavoro e alla diminuzione dei redditi familiari, si sono approfondite.

Il 12% dei 25 milioni di famiglie italiane non ha alcun reddito, ragion per cui il 35% di esse è sulla soglia della povertà assoluta, soglia che hanno già superato 4,6 milioni di nostri connazionali che non sono in grado di acquistare i beni e i servizi essenziali (luce, gas, acqua, alimenti, ecc.). È la conclusione, sia ben chiaro, di un fenomeno che ha radici lontane, che affondano nel primo decennio di questo millennio e nelle politiche sociali ed economiche che da tempo si vanno conducendo: da quasi vent'anni, occorre dirlo, sotto i diversi governi, da Prodi a Berlusconi, a Monti, nessuno si è dimostrato capace di contrastare l'impoverimento del Paese. Impoverimento che fisicamente si configura come la scomparsa della classe media. 

Non a caso la Germania, dove pure il fenomeno dei mini-job ha creato più di qualche problema sociale, regge ancora perché è stata capace, con politiche aggressive, decise, ma anche lungimiranti, di limitare questo depauperamento e oggi, dopo aver investito e atteso, raccoglie di frutti di scelte precise fatte da una classe dirigente forte, guidata da un Governo di coalizione nazionale. Altrove quella che una volta era chiamata la borghesia si può dichiarare specie in via di estinzione. E badate bene che, ripetiamo, questo non è il frutto della sola crisi del 2008, ma di precise, costanti scelte politiche ed economiche. 

Aver bloccato i contratti dei dipendenti pubblici per così tanto tempo non ha solo prodotto effetti sui conti pubblici, ma ha significato ridurre il potere di acquisto di quello che era un polmone per il nostro sistema economico. Non a caso mentre al Sud, dove il costo della vita è inferiore, queste scelte hanno avuto un impatto forte ma non devastante, al Centro e al Nord, insegnanti e pubblici dipendenti hanno visto ridotto considerevolmente il loro potere d'acquisto, con conseguente, lento scivolamento non verso la povertà o l'indigenza, per ora, bensì verso una condizione di maggior disagio. Anche così si spiega la rivolta di tanti insegnanti contro il loro inserimento in scuole del Nord del Paese: vivere con 1200 euro a Cerignola non è la stessa cosa che viverci a Varese!

Ma attenzione: se scompare la borghesia (ve lo ricordate il ritornello "Les bourgeois sont comme les cochons …", "i borghesi sono come i maiali …"), scompare anche il proletariato e con esso la lotta di classe. E in effetti anche questo c'è nel suddetto Rapporto Istat. Ormai le famiglie italiane si suddividono in così tanti gruppi sociali, che è davvero difficile darne un'immagine univoca: siamo alla frammentazione, ma forse a una frammentazione positiva, perché indica che quei confini che prima erano assai netti, ora sono più sfocati e che se la salita, l'ascensore sociale, è sempre più lento, anche la discesa non è sempre immediata e senza freni. 

Le famiglie italiane sono da oggi suddivise in 9 gruppi, di cui il più corposo è quello delle famiglie di operai in pensione e di impiegati: sono loro la nuova classe media. Loro non se la passano male, come non se la passano male i giovani "blue collar" (che sono le vecchie "tute blu", ma chiamarle così fa trendy!), e le famiglie degli operai in pensione con reddito medio. Stanno peggio invece le famiglie a reddito basso con stranieri, quelle a reddito basso composte di soli italiani, le famiglie tradizionali della provincia e il gruppo formato da anziane sole e giovani disoccupati. Basta uno sguardo, anche annoiato, anche distante, su questi gruppi per rendersi conto che nella loro pancia si cela un altro dato drammatico. Non si tratta solo del reddito disponibile, ma anche del fatto che proprio queste sono le famiglie che più facilmente hanno figli: come dire che anche la mancanza di una vera politica familiare, una politica di sostegno alla genitorialità, a chi genera cioè il futuro del nostro Paese, è una delle zavorre del reddito di queste fasce. Fare un figlio, per non dire due o tre, è una scelta che oggi comporta una precisa conseguenza economica. Forse si spiega anche così, con la capacità di reddito ridotta, il disinteresse che il mondo dei media ha per le numerose famiglie tradizionali!

Ci sono poi le famiglie benestanti di impiegati, quelle con le "pensioni d'argento" e infine la classe dirigente. La capacità di spesa media per consumo va da un minimo di 1.697 euro per le famiglie a basso reddito con stranieri a un massimo di 3.810 euro per la classe dirigente, mentre la media delle famiglie è 2.499 euro.

Sono aumentate le disuguaglianze: e quindi la soluzione è…? Escludendo la rivoluzione (non esistono più i proletari, ricordate?), e il consueto "vaffa tutti" non producendo nulla di concreto, non ci resta che puntare sul lavoro, sullo sviluppo e sulla redistribuzione del reddito attraverso la contrattazione.

Nell'attesa di un interesse per la vita vera, di un intervento che sostenga l'economia reale, che affianchi le famiglie in carne e ossa e non quelle virtuali dei diversi "registri comunali", torniamo a occuparci della nonna di Renzi….

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