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INDUSTRIA 4.0/ Come evitare "illusioni" sul lavoro?

Le innovazioni tecnologiche e la quarta rivoluzione industriale cambieranno anche il mondo del lavoro. Per GIANLUIGI LONGHI occorre quindi un intervento culturale, specie sui giovani

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Le istituzioni politiche ed economiche-finanziarie stanno cercando di individuare delle risposte alla crisi economica in atto, dalla quale si pensa di uscire con la tecnologia digitale e la robotica, non percependo in pieno la grande trasformazione in corso. In realtà, con l'aumento dell'impiego della robotica e della tecnologia digitale, si sta accelerando questa trasformazione, con effetti futuri permanenti sui sistemi sociali, produttivi e sui consumi. 

Si manifesta sempre di più, infatti, uno stato emotivo dell'individuo, soprattutto nelle economie occidentali, di paura del nuovo e di speranza, non del futuro, ma di ritorno ai fasti e allo status quo del passato, ove i punti di riferimento radicati rassicuravano l'individuo. Un'affermazione del principio di identità quale elemento di stabilità. Il rischio è che le democrazie e la politica oggi non riescano a captare i grandi mutamenti della nostra epoca: la loro visione rimane legata al particolare locale e al breve periodo, alle scadenze elettorali, si stenta a prendere atto che il mondo sta cambiando.

Se nel secolo scorso l'innovazione tecnologica ha alimentato il benessere ora, ed è questo un problema, lo sviluppo della tecnica digitale e l'affermazione della robotica determineranno una crisi sociale di cui si vedono già i primi segnali. L'argomento va affrontato da un punto di vista culturale, che è alla base del pensiero delle civiltà, attrici della globalizzazione. In realtà quello che oggi  è in causa è una vasta modificazione delle strutture e dei valori sociali. Il sapere tecnico è l'espressione della reazione dell'uomo ai problemi mutevoli creati dall'ambiente e dai suoi simili []. In poche parole è la propensione alla "cultura del cambiamento". Una cultura che trova le sue radici nella capacità di ascolto, di osservazione, di sperimentazione, di curiosità di proiezione del futuro. Ovviamente queste attitudini e attività non sono avulse dal contesto sociale e quindi dalle istituzioni esistenti, le quali esse stesse devono adattarsi alle nuove esigenze. 

Il processo di sviluppo è complesso e molte volte, se vuole crescere in modo armonico, deve essere lento. Certo è che nella comunicazione globale, ove le informazioni si diffondono con una rapidità immediata, il lento procedere quale variabile indipendente alla crescita armonica di una collettività non è più attuabile. Questo è un vulnus. La rapidità dell'evoluzione tecnologica crea smarrimento e incertezza identitaria: l'effetto esterno del mercato unico, della globalizzazione, prima intacca le vecchie sicurezze, i vecchi codici di appartenenza a un territorio, a una storia, a una fede, poi agisce come reazione al cambiamento in atto []. 

Una delle cause dell'instabilità sociale odierna nel mondo occidentale è la paura di perdere il proprio status sociale di appartenenza. La rivoluzione digitale 4.0. alimenterà questa instabilità a seguito della disarticolazione fra l'uomo e il lavoro come fine della soddisfazione del suo agire, in altre parole si indebolisce la conferma dell'io e della dignità umana che si afferma nell'operosità riconosciuta dagli altri. La perdita del posto di lavoro manuale per le classi non specializzate, le più fragili, avrà un impatto psicologico e comportamentale di cui non si riesce a capirne gli effetti sociali. Cosa faranno queste persone uscite forzatamente dal lavoro? Come verranno riassorbite nella società? E nel futuro gli occupati aumenteranno o diminuiranno? Riusciranno ad adattarsi a lavorare meno? Ancora, questa grande trasformazione avrà un impatto negativo solo sulle attuali generazioni o anche sulle quelle future? E infine: l'uomo del futuro, assorbendo l'esperienza che vivrà dominerà la robotica digitale, potrà ancora affermare mensura omnium rerum homo? [].

In questo contesto non si può far altro che suggerire e concentrare l'attenzione sulle politiche per l'educazione e la formazione professionale. Questa attenzione deve essere focalizzata nella formazione delle nuove generazioni. La divulgazione della conoscenza della grande trasformazione in atto aiuterà i giovani ad accettare razionalmente le ansie del futuro, e non rincorrere soluzioni di retroguardia, quali la difesa della rendita e la relazione. Le nuove forme imprenditoriali non devono essere osteggiate da corporazioni contrarie al cambiamento, come la serrata dei tassisti italiani. Occorre stimolare la classe politica per uscire dalla trappola del voto elettorale, allungare lo sguardo per il bene comune delle generazioni che verranno, sensibilizzare le elité gerontoitriche e privilegiate che assorbono risorse per rendite acquisite, ma anacronistiche. In altre parole, è necessario che la politica trovi soluzioni di inclusione del nuovo, anticipandone gli effetti, inserendo la programmazione della formazione educativa in un modello economico in rapida trasformazione che non permette ancore di salvezza, non nascondendo i problemi o procrastinandoli, favorendo invece, la meritocrazia e non la relazione.

Infine, si manifesta - almeno in Italia - l'incapacità del sistema scolastico, specie universitario, di modificare i programmi formativi e l'offerta, alle nuove esigenze del mondo del lavoro creando un problema. Ancora oggi esistono corsi di laurea con specializzazioni ormai superate, si illudono i giovani in un percorso formativo senza sbocchi lavorativi nel giro del prossimo decennio. Nell'ambito di professioni specializzate - ad esempio i tecnici di radiologia sanitaria o i tecnici di laboratorio - le nuove tecnologie ad alta digitalizzazione e a cospicua riduzione del rischio professionale, comporteranno a breve una radicale rivisitazione della loro funzione nell'ambito dei processi produttivi, a vantaggio di figure tecniche o professionali più coerenti con le nuove modalità di gestione informatizzata e robotizzata. A queste e ad altre domande bisogna chiedere le risposte all'elités accademiche e politiche, miopi ed autoreferenziate. 

In altre parole non si può investire nella formazione di un maniscalco quando il motore a scoppio richiede meccanici di auto. Insomma, si deve alzare lo sguardo, altrimenti il futuro sarà sempre dietro di noi.

[1] A.J. Toynbeen, Civiltà al paragone, 1949.

[2] C.M. Cipolla,Vele e cannoni, 2003.

[3]S.Tommaso, Summa Theologica, 1265-1273.

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COMMENTI
23/05/2017 - Altro che illudersi sull lavoro (Vittorio Cionini)

I futurologi prevedono che tra il 2030 e il 2050 si verificherà una "singolarità" determinata dalla convergenza di tre tecnologie. 1 - La realizzazione di software in grado di riprodurre la creatività del cervello umano. Cioé la capacità di analizzare esperienze (positive e negative) e dedurne idee innovative. 2 - La crescita esponenziale della potenza di elaborazione su cui far operare il software 3 - La accumulazione di una mole crescente di dati nelle memorie distribuite di server sparsi nel mondo che mette a disposizione del software una conoscenza globale irraggiungibile per il cervello umano. Queste intelligenze potentissime saranno in grado di incrementare autonomamente le loro potenzialità e progettare nuove generazioni di strumenti ancora più potenti e intelligenti. Mi chiedo da tempo: Ma siamo proprio sicuri che questi "mostri" saranno disponibili a sprecare le loro energie per garantire un "reddito di cittadinanza" a una massa di 10 miliardi di imbecilli, ignoranti, grassi e presuntuosi?