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SPILLO/ L'errore da non ripetere con la "nuova" Garanzia giovani

In Italia c'è stato un miglioramento dell'occupazione giovanile e un calo del numero dei Neet. Ma non basta, occorre fare di più. MASSIMO FERLINI spiega come

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L'Italia ha un mercato del lavoro che si è accorto dei giovani? I dati Istat relativi ai primi mesi del 2017 indicano che la situazione lavorativa dei giovani tende in modo costante a migliorare. Nel mese di marzo si registrano 24.000 occupati in più nella fascia dei minori di 25 anni, e 42.000 in più rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. A conferma che il dato indica una crescita del mercato c'è la verifica fra disoccupazione e tasso di occupazione: la prima cala dello 0,4% e il secondo indicatore cresce della stessa percentuale, segno che non vi è un effetto scoraggiamento.

Come si sa, i dati mensili Istat indicano un trend di breve periodo, mentre le politiche del lavoro richiedono tempi più lunghi per misurare l'efficacia delle innovazioni avviate. L'impegno per l'occupazione giovanile è stato caratterizzato negli ultimi anni dalla realizzazione del programma europeo Garanzia giovani. Dal punto di vista della mobilitazione di persone, il programma è sicuramente la prima grande esperienza di politica attiva avviata nel nostro Paese, dato il ritardo con cui si è arrivati a creare una Agenzia nazionale per il lavoro. E può essere considerato come prima sperimentazione dei nuovi servizi al lavoro finalizzati a garantire un'assistenza attiva per la ricollocazione dei disoccupati.

Garanzia giovani è un programma finalizzato ad aumentare l'occupabilità di scoraggiati e disoccupati con meno di 30 anni. Si è rivolta a quella fascia generazionale che di fronte alle difficoltà aveva scelto di ritirarsi sia dal mercato del lavoro che dai percorsi formativi. La strategia europea, condivisa dal programma italiano, prevedeva di ottenere una proattivazione delle persone attraverso un'offerta di occasioni valide per il lavoro o per la ripresa degli studi, con tirocini, apprendistato, misure formative, o con il Servizio civile.

A tre anni dall'avvio più di un milione e 300 mila giovani si sono dichiarati interessati registrandosi sul sito appositamente creato. Quasi un milione sono stati contattati e "presi in carico" dai servizi per l'impiego o da agenzie private. Cinquecentomila giovani sono stati coinvolti in misure di politica attiva. Di questi, 319 mila hanno concluso la prima fase di inserimento lavorativo e 136 mila risultano occupati.

Ciò ha permesso nel nostro Paese di registrare un calo dei Neet di 2 punti percentuali. Risultato positivo, ma che lascia l'Italia con un 24% di Neet che la colloca lontana dalla media europea pari al 14,2%. La spaccatura storica fra nord e sud si replica anche in questo caso con un 16,9% di Neet al nord e un 34,2% al sud. I giovani che hanno partecipato al programma sono soprattutto meridionali (45%) e in maggioranza con diploma superiore (58%), mentre il 23% ha la licenza media e il 19% è laureato.

È nel merito delle misure proposte ai giovani "presi in carico" nel programma che l'Italia si differenzia dalle altre realtà europee. Nel nostro Paese ben il 68% dei giovani ha avuto una offerta di tirocinio extracurriculare. Solo il 16% ha usufruito di bonus occupazionale e l'8,2% di training per inserimento lavorativo. Il 5,1% si è reinserito in corsi di formazione professionale per aumentare la propria occupabilità e il 2% ha scelto il Servizio civile. Marginale risulta l'apprendistato e le altre misure come l'autoimprenditorialità o la mobilità professionale. Stages e tirocini rappresentano invece in Europa il 13% delle misure offerte e l'apprendistato risulta invece la misura più attuata.

Il programma sarà a breve rifinanziato e, oltre al miliardo e trecento milioni di euro già investiti, si prevede che fra risorse europee e nazionali saranno investiti oltre ottocento milioni. A fronte di un'adesione massiccia dei giovani si corre il rischio che anche nella nuova fase vi sia un'offerta di misure che portino a una delusione di fronte a proposte di inserimento lavorativo deboli e qualitativamente scarse.

La causa principale di questo deficit di qualità delle proposte avanzate nel programma viene soprattutto dalle scelte operate dalle singole regioni. Come noto le politiche attive ricadono, assieme alla formazione professionale, nelle competenze regionali. Le misure da proporre ai partecipanti al programma Garanzia giovani sono state definite regione per regione e hanno visto prevalere la scelta di sostenere economicamente stages e tirocini. In questo modo si è riprodotto, anche nell'attuazione di questa prima importante esperienza di politica attiva, un'offerta qualitativamente povera di occasioni per saldare assieme formazione per l'occupabilità ed esperienza lavorativa. Stages e tirocini sono già oggi la forma di precariato più conosciuta dai giovani. Contratti che non sono di tipo lavorativo vengono reiterati più volte provocando quel moto di delusione che caratterizza i giovani rispetto al mercato del lavoro.

L'impegno del governo nel semplificare l'uso del contratto apprendistato e nell'avviare il sistema duale formazione/lavoro è stato così vanificato da scelte operate dai territori. Vi è adesso l'occasione, nel rinnovo del programma, per una riflessione che porti anche i singoli decisori regionali a rivedere le scelte operate nella prima fase. Cambiare si può e anche fra le esperienze regionali vi sono stati casi che hanno portato a risultati diversi. Cito come esempio i risultati lombardi.

In regione Lombardia 102.000 sono stati i giovani inseriti nel programma Garanzia giovani e ben l'89% è stato avviato al lavoro. Di questi 90.000 solo 42.000 sono stati impiegati con tirocinio, 11.600 hanno avuto un'assunzione a tempo indeterminato, 23.800 a tempo determinato e 12.500 un contratto di apprendistato.

La scelta operata di favorire, attraverso l'uso delle risorse a disposizione e una personalizzazione dei sentieri di inserimento lavorativo, percorsi effettivi di lavoro permette di ottenere risultati diversi.

Garanzia giovani è una misura rivolta a quei ragazzi che, perché sfiduciati, si sono "ritirati". Non partecipano più né investendo in percorsi formativi, né con i loro talenti lavorativi. È indispensabile che la "presa in carico" tenga conto di ciò e, con un grande apprezzamento per le persone, sia in grado di offrire percorsi lavorativi che restituiscano fiducia. Dal né studio né lavoro a e studio e lavoro.

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