BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

RIFORMA PENSIONI/ L'Ape e i 9,2 miliardi di costi in più per lo Stato (ultime notizie)

Riforma pensioni 2017. L'Ape e i 9,2 miliardi di costi in più per lo Stato. Tutte le novità di oggi 8 maggio e le ultime notizie sui principali temi previdenziali

Riforma pensioni 2017, Lapresse Riforma pensioni 2017, Lapresse

Il Sole 24 Ore ha dedicato ampio spazio oggi alla spending review ancora incapace di fermare una spesa pubblica che sembra crescere senza sosta. Come già fatto dalla Cgia di Mestre, viene evidenziato il peso della spesa previdenziale, nonostante la riforma delle pensioni targata Fornero. Rispetto all’Ape, all’aumento della no tax area e all’estensione dei beneficiari della quattordicesima, il quotidiano di Confindustria evidenzia che queste misure costeranno nei primi tre anni 9,2 miliardi di euro. “Si può partire da qui per spiegare la ragione per cui il principale aggregato della spesa corrente non è destinato a calare nei prossimi anni”, si legge sul Sole. Del resto solo l’Ape volontaria è una misura che prevede costi non a carico dello Stato. Tutte le altre principali misure previdenziali della scorsa Legge di stabilità sono destinate a far salire la spesa.

I lavoratori precoci “scaldano i motori” per la manifestazione in programma questa settimana a Roma, davanti a Montecitorio, con la quale ricorderanno la loro richiesta principale: una riforma delle pensioni con Quota 41 per tutti. Sabato diversi di loro hanno partecipato alla manifestazione della Cgil e hanno poi condiviso diverse foto e post sul gruppo Facebook “Lavoratori precoci uniti a tutela dei propri diritti”. Si legge molta soddisfazione per aver ottenuto anche un certa visibilità: Susanna Camusso li ha nominati, nel servizio di un tg nazionale si vedevano le loro magliette e bandiere su cui campeggia il numero 41, persino un quotidiano ha pubblicato la foto della leader della Cgil mentre stringe la mano a una lavoratrice precoce. Ora non resta che aspettare di vedere cosa accadrà giovedì, quando la voce dei precoci si farà sentire davanti alla Camera dei deputati. 

Mentre le varie categorie di lavoratori attendono di sapere tempistiche esatte per la riforma pensioni e per il proprio piano di uscita anticipata tra regole, una delle ultime indiscrezioni arriva per gli autoferrotranvieri con l’uscita Ape che dovrebbe avvenire a 61 anni e 7 mesi, o almeno riporta così il portale Pensioni Oggi. Pare infatti giunto l’accordo all’interno del governo e con i vari sindacati di categoria per cui gli addetti ai pubblici servizi di trasporto nel 2017 potranno uscire ed entrare in pensione con quella età pensionabile, ovviamente variabile per le donne: sono infatti 60 anni e 7 mesi le cifre per la platea femminile in uscita dal lavoro. In questo senso la riforma Fornero aveva già mantenuto un regime di accesso più favorevole di quasi 5 anni rispetto alla generalità dei lavoratori con personale viaggiante iscritto all’ormai soppresso Fondo Trasporti. Va ricordato che all’interno della categoria autoferrotranvieri entrano nel regime queste specifici mansioni: conducenti degli autobus e tram di linea, i controllori dei titoli di viaggio; i marinai, motoristi, capitani, timonieri e addetti alla condotta che prestano servizio su battelli lagunari o lacuali dedicati al trasporto di persone, gli addetti alla scorta delle vetture nelle funivie aeree o terrestri. (agg. di Niccolò Magnani)

Quando si fa una riforma delle pensioni, l’obiettivo è solo quello di tagliare gli assegni e ridurre i cosiddetti diritti acquisiti. Ne è certo Corrado Mannucci, che in un’intervista a intelligonews.it affronta a tutto tondo i temi della previdenza e commenta la situazione dell’Inps. Ai giovani, il Segretario nazionale dei pensionati dell’Ugl consiglia, se possibile, di ricorrere alla previdenza integrativa, perché “il futuro è tutt’altro che roseo”. Del resto con il passaggio al contributivo pieno gli assegni dovrebbero essere meno generosi rispetto a quelli attuali, senza dimenticare che periodi di disoccupazione potrebbero influire in maniera importante sulla pensione che si andrà poi a incassare. Mannucci ritiene anche che il conflitto intergenerazionale sia stato creato ad arte per coprire l’incapacità dei governanti di assicurare ai giovani un posto di lavoro.

Il sindacalista tiene anche a precisare che dal suo punto di vista gli immigrati non sono una risorse determinante per il sistema pensionistico italiano, poiché la maggior parte di loro lavora in nero, senza quindi il versamento di contributi previdenziali. Inoltre, ricorda che, a differenza di quanto avviene per gli italiani, gli extracomunitari possono anche chiedere il rimborso dei contributi versati se lasciano l’Italia. Quanto alla situazione dell’Inps, Mannucci evidenzia che ormai vi è un gran numero di prestazioni assistenziali, compresa l’integrazione al minimo, che vengono erogate dall’ente e che quindi hanno un certo peso anche sul bilancio, che non è di conseguenza solo frutto delle prestazioni pensionistiche.

© Riproduzione Riservata.