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Lavoro

I NUMERI/ Lavoro, il primato che l’Italia deve perdere

L’Istat ha reso noti i dati sul mercato del lavoro relativi al primo trimestre dell’anno. La situazione resta ancora critica per i giovani, spiega MARIO MEZZANZANICA

Giovani e lavoro, LapresseGiovani e lavoro, Lapresse

Veleggiando in venti leggeri conviene spesso stare fermi e lasciare che l’aria, agendo sulle vele, ci spinga in avanti. Questa metafora del navigante descrive bene la situazione attuale del nostro mercato del lavoro. I dati Istat a fine marzo evidenziano un numero di occupati sostanzialmente stabile rispetto a febbraio ed è lo stesso per il tasso di occupazione, pari al 57,6 per cento. Guardando i dati non possiamo negare che stiamo continuando nella traiettoria positiva iniziata nel 2015. Tra il primo trimestre 2017 e lo stesso del 2015 il tasso di occupazione complessivo è salito del 3 per cento circa (1,6 punti), e gli occupati sono cresciti di 500 mila unità (due per cento circa). La crescita ha riguardato sia i contratti permanenti che i temporanei ed è dovuta a un’inversione positiva della situazione economica generale a cui ha certamente contribuito la politica di incentivazione del Jobs Act, attuata agli inizi del 2015.

Nonostante questo, la disoccupazione rimane in generale molto alta, soprattutto per i giovani. Il tasso di disoccupazione complessivo si attesta all’11,7 per cento (cresce di 0,2 punti a marzo 2017 rispetto a febbraio) ed è sostanzialmente stabile da più di un anno; se per i più giovani, di età tra i 15 e 24 anni, questo indicatore pur essendo molto alto (pari al 35 per cento circa nel primo trimestre del 2017) si è ridotto di 7 punti percentuali tra il 2017 e il 2015, per i giovani tra 25 e 34 anni è fermo da oltre due anni al 18 per cento circa.

Pur se siamo usciti da anni di crisi, la velocità della ripresa è decisamente lenta e, soprattutto, non riesce a far partecipare adeguatamente al mercato del lavoro i giovani che rappresentano la vera prospettiva per il futuro del nostro sistema economico e più un generale per il nostro Paese. È importante infatti osservare che la crescita degli occupati (oltre 500 mila unità sopra citate) si riferisce maggiormente alla popolazione degli over 50 (oltre 665 mila) e dei giovanissimi (tra 15 e 24 anni, più 90 mila unità), mentre per i giovani tra i 25 e 34 anni il valore è sostanzialmente invariato e per coloro che hanno tra i 35 e 49 anni la perdita supera le 225 mila unità. Quale prospettiva di crescita potrà avere un mercato del lavoro che ha bassi tassi di occupazione (bassa partecipazione della popolazione in età lavorativa) e, soprattutto, che cresce numericamente per gli over 50?

È evidente che servono politiche e investimenti che scuotano profondamente il nostro sistema economico e che superino lo scoglio ideologico di decisioni fondate su logiche “elettoralistiche”. Servono politiche di riduzione del costo del lavoro rivolte alle aziende virtuose che investono in innovazione e in sviluppo del capitale umano e, nel contempo, occorre investire significativamente nella formazione e nella ricerca. Serve coraggio nelle scelte e maggiore velocità nell’attuazione delle decisioni operative, altrimenti tra poco ci troveremo un’altra volta (come agli inizi del 2009) a investire le “poche” e sempre più scarse risorse economiche per sostenere uno dei principali primati che il nostro Paese possiede in Europa oggi: l’alto tasso di disoccupazione.

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