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SINDACATI E POLITICA/ Le "non firme" pericolose per il futuro del lavoro

Nel parlare di sindacati, l'azione di rappresentanza reale, di interlocuzione con i lavoratori, di confronto e anche di firma dei contratti non va dimenticata, spiega DANIEL ZANDA

Furlan, Barbagallo e Camusso (Lapresse) Furlan, Barbagallo e Camusso (Lapresse)

Il buon senso c'era, ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune. Questa frase manzoniana può sintetizzare nel migliore dei modi quello che in queste settimane viene scritto sul ruolo e l'azione di certi sindacalisti. I contratti collettivi nazionali di settore si sono firmati, ne vengono firmati anche nelle ultime settimane e, ne sono convinto, si firmeranno anche in futuro. Invece si pone come esempio un segretario di categoria che ha fatto della "non firma" il suo modello sindacale, perché l'accordo è innanzitutto un'assunzione di responsabilità, di co-responsabilità tra parti che rappresentano istanze differenti e accorciare questa distanza in un accordo sancisce la possibilità di arginare il conflitto, iniziando a collaborare.

Poi quando certi sindacalisti, dopo anni di "non firma" decidono di sedersi al tavolo, restare seduti e fare l'enorme fatica della composizione degli interessi, della mediazione, della sintesi e per sbaglio, firmano dopo anni un contratto, questo contratto viene definito innovativo, perché rilancia il tema del welfare e della formazione. Beh, in molti settori il welfare, la bilateralità è un'esperienza concreta e reale. Basti pensare al giovane settore della somministrazione, poco più che maggiorenne perché da soli vent'anni in Italia. In un contesto caratterizzato da elevata temporaneità occupazionale, le parti sociali (e quindi le organizzazioni sindacali), da ben tre rinnovi contrattuali hanno deciso di puntare tutto sul sistema di welfare bilaterale, arrivando a realizzare fino a 17 diverse prestazioni di assistenza, tutela e sostegno al reddito. Oltre a questo, sempre nel settore della somministrazione, si è deciso di puntare sulla formazione, in quanto la continuità lavorativa e la tutela nel mercato del lavoro può essere garantita anche grazie a un rafforzamento dell'occupabilità dei lavoratori.

Il buon senso c'era, ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune. Di "senso comune" sono spesso condite le discussioni in tema di lavoro: basti pensare alla decennale discussione sull'articolo 18, per arrivare alla recente questione sui voucher, passando per pensioni, precarietà, ecc. Dobbiamo avere invece meno paura del buon senso, quel buon senso che anima l'azione quotidiana, fatta di rappresentanza reale, di interlocuzione con i lavoratori, di ricezione dei bisogni e delle istanze, condita da dialoghi spesso aspri, ma di un confronto continuo.

Questo buon senso è la vera possibilità per ricominciare, per rialzarsi, per cercare di riprendere una crescita economica e occupazionale ormai ferma da anni. Anche l'accordo interconfederale sugli assetti contrattuali può essere un'ulteriore volano, ma un attento osservatore non dovrebbe limitarsi ad annotare che tale accordo è bloccato dal 2013, ma dovrebbe interrogarsi sulle ragioni. Scoprirebbe che gli stessi sindacalisti portati oggi in auge sono coloro che hanno bloccato la firma del rinnovo dell'accordo sul modello contrattuale.

L'auspicio è che nell'immediato futuro le segreterie nazionali dei principali sindacati confederali possano avere al loro interno donne e uomini che da sempre hanno assunto e tradotto nelle loro azioni questa idea di contrattazione, rappresentanza e partecipazione.

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