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Lavoro

Pensioni/ Ape social, il rebus sulle domande (ultime notizie)

Riforma pensioni 2017, oggi 9 agosto. Ape social, il rebus sulle domande presentate fino a novembre. Tutte le novità e le ultime notizie sui principali temi previdenziali

Tito Boeri (Lapresse)Tito Boeri (Lapresse)

APE SOCIAL, IL REBUS SULLE DOMANDE

Fino al 30 novembre è ancora possibile presentare domanda di accesso all’Ape social e alla Quota 41 prevista per alcuni lavoratori precoci. Tuttavia non si sa quanti potranno eventualmente beneficiare della misura attraverso questa “istanza tardiva”. Come ricorda pensionioggi.it, infatti, ciò potrà avvenire solamente se ci saranno ancora risorse dopo il monitoraggio eseguito sulle oltre 66.000 domande già presentate. Tenendo conto che già quest’ultime sono superiore a quelle preventivate dal Governo, è facile immaginare che a meno di una forte percentuale di non accoglimento sarà dura ottenere l’accesso all’Ape mediante queste nuove domande. Che tra l’altro non è ancora chiaro se avranno comunque una sorta di “precedenza” rispetto alle domande che dovranno essere presentate l’anno prossimo da chi matura i requisiti richiesti entro il 31 dicembre 2018. 

APE DONNA, DIFFICILE SCENDERE A 60 ANNI

Dalla pagina Facebook del Comitato Opzione donna social, Orietta Armiliato è tornata a parlare dell’ipotesi di Ape donna, ricordando che porre un requisito anagrafico più basso per l’accesso all’Anticipo pensionistico agevolato “sarebbe più che auspicabile anche in virtù di un primo passo verso la valorizzazione del lavoro di cura”. Inoltre, ha evidenziato come al momento della progettazione di Opzione donna l’età pensionabile fosse a 60 anni e dunque si era prevista un’età anticipata di tre anni nel regime sperimentale. “Risulta quindi difficile pensare che, essendo oggi la soglia di entrata pari a 66 anni, la stessa si possa ridurre in modo da riposizionarsi a 60”, ha aggiunto Armiliato, rispondendo quindi a chi, nel comitato, ritiene che si debba arrivare a una misura in grado di far accedere alla pensione le donne già a 60 anni. “So bene che queste mie assunzioni/riflessioni mi rendono impopolare e mi assoggettano ad insulti di ogni tipo ma, esistono logiche dalle quali, oggettivamente, non si può prescindere”, ha anche scritto.

PRECOCI CONTRO DAMIANO

Torna a emergere il malumore di alcuni lavoratori precoci nei confronti di Cesare Damiano. C’è infatti chi ricorda che si sta continuando a lottare, con una raccolta firma, per far sì che il suo ddl, che contiene anche Quota 41, venga discusso alla Camera, mentre l’ex ministro del Lavoro fa proposte previdenziali su altre questioni, ma non più sulla flessibilità in uscita e sui lavoratori precoci. Tutto questo dopo che erano state raccolte e depositate alla Camera 500.000 firme proprio a sostegno del medesimo ddl e proprio su iniziativa di Damiano. Per qualcuno quelle firme non sono servite a nulla, come nel caso di quelle raccolte dalla Cgil per il referendum sull’abolizione dei voucher. E c’è chi si è ormai rassegnato all’idea che rivolgersi a certi parlamentari non serva a nulla e non contribuisca a cambiare una situazione che per molti è diventata difficile da sostenere.

OPZIONE DONNA, LE PAROLE DI NANNICNI

Tommaso Nannicini, interpellato da una componente di un gruppo Facebook a favore della proroga di Opzione donna, ha spiegato che si batte “da tempo per un'opzione donna social che la estenda strutturalmente a chi è in difficoltà perché ha perso il lavoro. Detto questo, contraddicendo qualsiasi precetto evangelico, chi le fa credere che ci siano già le risorse per rendere strutturale opzione donna per tutte, mente sapendo di mentire. Purtroppo, a legislazione vigente (internazionale) sulle regole di bilancio, è una misura che impegna molte risorse pubbliche”. Parole che vengono riportate da Orietta Armiliato sulla pagina del Comitato Opzione donna social per evidenziare come non si debbano alimentare false aspettative su una possibile proroga del regime sperimentale di pensionamento anticipato per le italiane. “Non si può e non si deve ingannare nessuno vendendo vane speranze. Nessuno, specialmente le donne”, aggiunge Armiliato.

LA CLAUSOLA SULL'ETÀ PENSIONABILE

Duro colpo per quanti si stanno battendo per cercare di evitare l’aumento dell’età pensionabile che dovrebbe scattare a partire dal 2019. Cesare Damiano, Maurizio Sacconi, altri parlamentari e i sindacati vorrebbero evitare che l’aspettativa di vita faccia salire l’età pensionabile, ma la Ragioneria generale dello Stato fa sapere che un intervento di questo tipo potrebbe comportare un peggioramento della valutazione del rischio paese. Secondo quanto riporta Repubblica, la Rgs ricorda l’esistenza di una clausola di salvaguardia “introdotta nell'ordinamento su specifica richiesta della Commissione e della Bce” che di fatto farebbe comunque scattare l’adeguamento dell’età pensionabile a 67 anni nel 2021. Di fatto questa clausola, viene spiegato, fa parte del decreto salva-Italia varato nel 2011 e prevede che anche in assenza di adeguamenti dei requisiti all’aspettativa di vita l’età pensionabile venga portata appunto a 67 anni a partire dal 2021.

IL COSTO DELL'INTERVENTO SULL'ETÀ PENSIONABILE

Ancora il Governo non ha preso una decisione circa l’aumento dei requisiti pensionistici che potrebbe scattare a partire dal 2019. Entro la fine dell’anno bisognerà che l’esecutivo sciolga le sue riserve, ma da più parti si è chiesto di evitare che l’età pensionabile possa salire a 67 anni. Avanti! ricorda che fonti vicine al dossier hanno indicato in 1,2 miliardi il costo del blocco. I sindacati sembrano però determinati a dare battaglia su questo punto e Roberto Ghiselli ha parlato anche di possibili mobilitazioni da parte della Cgil. Da parte sua, finora Giuliano Poletti ha detto che in assenza dei dati Istat relativi alla speranza di vita, che non saranno disponibili prima dell’autunno, è impossibile fare una valutazione completa sul da farsi. Di certo però si continuerà a parlare di questo tema nelle prossime settimane.

IPOTESI DI INTERVENTO SULLE PENSIONI ALL'ESTERO 

Dopo le parole di Tito Boeri sulle pensioni erogate all’estero, e in particolare sulle prestazioni assistenziali che vengono percepite dai nostri connazionali in quiescenza che risiedono fuori dai confini italiani, Claudio Micheloni, presidente del Comitato per gli italiani all'estero del Senato, ha detto che si sta studiando insieme all’Inps la possibilità di ridurre “le prestazioni assistenziali dell'Italia verso i connazionali residenti in Paesi in cui c'è un sistema di protezione”. Questo, ha chiarito il Senatore del Partito democratico, non avrebbe conseguenze negative sui pensionati che vivono all’estero, in quanto l’importo che gli verrebbe tagliato sarebbe sostituito da un sostegno derivante dalle politiche sociali del Paese di residenza, ma che al momento essi non percepiscono in quanto “c'è già l'Italia che paga”.

“Come Comitato per le questioni degli italiani all'estero siamo disponibili a lavorare sul tema, ci stiamo già lavorando e a settembre ci vedremo per parlarne”, ha aggiunto Micheloni, che non esclude l’inserimento della norma nella Legge di bilancio, anche se la cosa non sarebbe semplice, in quanto bisognerebbe stilare un elenco dei Paesi in cui l’intervento sarebbe realizzabile. Il Senatore ha fatto tuttavia l’esempio pratico della Germania. “Non capisco perché bisogna sostenere le casse tedesche”, ha detto, aggiungendo di essere pronto ad assumersi la responsabilità di una misura magari non popolare, specie con l’avvicinarsi della campagna elettorale. L’esponente del Pd ha precisato che in ogni caso la misura ipotizzata non andrebbe a toccare le pensioni maturate con i contributi. 

ALLO STUDIO ALTRI INTERVENTI PER I GIOVANI

A quanto pare Pier Paolo Baretta non ha in mente solo il riscatto gratuito della laurea per i millenials, ma anche altri interventi per il futuro previdenziale dei giovani. Intervenendo a Radio 24, infatti, il sottosegretario all’Economia ha detto infatti che non sarebbe una cattiva idea cercare di riconoscere come condizione lavorativa quella svolta nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro. Parimenti, vedrebbe di buon occhio il fatto di considerare gli studi universitari come una sorta di apprendistato all’attività lavorativa. Per Baretta, poi, una parte delle tasse universitarie “potrebbero essere dedicate a una copertura figurativa del percorso previdenziale”. L’esponente dem ha anche riconosciuto che “abbiamo ancora degli intoppi sul fatto che se uno cambia attività lavorativa fa fatica anche a ricongiungere i contributi: oltre che costare molto la laurea, costano molto anche le ricongiunzioni. Non c’è solo l’età pensionabile quando si parla di pensioni”.

PREOCCUPAZIONI SUL CUMULO CONTRIBUTIVO

Si continua a discutere della modalità applicative del cumulo contributivo gratuito per le casse professionali. I rappresentati di quest’ultime e il ministro del Lavoro si sono incontrati un paio di settimane fa, ma ancora non si è arrivati a un accordo ben delineato. Il Comitato Cumulo e Casse professionali, secondo quanto riporta pensionioggi.it, ha espresso una certa preoccupazione su quello che potrà essere l’esito della trattativa. “L’ipotesi di accordo sembra obbedire ad una sola e sconfortante logica: Inps e Casse non devono lasciare nulla sul terreno, mentre tutto il costo economico del cumulo va scaricato sui lavoratori! In particolare tanti dubbi ed interrogativi ha sollevato la questione del raggiungimento dei requisiti anagrafici e contributivi di ciascuna Cassa ai fini della liquidazione della quota parte in caso di pensione anticipata”, fa sapere il Comitato in una nota.

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