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CONSIGLI NON RICHIESTI/ Quando dire no a un'offerta di lavoro

Potrebbe sembrare paradossale, in un momento di disoccupazione alta come l’attuale, consigliare quando dire no a un’offerta di lavoro. Lo fa LUCA BRAMBILLA

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Potrebbe sembrare un paradosso che proprio nel momento in cui la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è a così alti livelli, si scriva di alcune dritte da dare ai candidati per riconoscere quei segnali che dicono chiaramente che un tale posto di lavoro va rifiutato. Le ragioni per cui faccio questo sono principalmente due: la prima è che proprio in un periodo di “magra” conviene scegliere al meglio i luoghi in cui andare a lavorare; la seconda è che desidero provocare, nel senso latino del termine, chiamare fuori nuove idee, nuovi spunti di approccio al lavoro, perché in fondo anche con idee nuove si costruisce il futuro.

Il primo segnale che dovrebbe far dire al candidato un gentile “arrivederci” è quello della chiamata a sorpresa dopo troppo tempo dal primo colloquio. Ogni società che impiega mesi a decidere non dà un segnale di ordine, chiarezza e modernità. Sempre di più le aziende devono prendere decisioni rapide ed efficaci per sopravvivere, e se impiegano mesi per decidere di assumere un dipendente, magari un semplice stagista, come si può credere che siano veramente “sul pezzo” sul resto del lavoro?

La seconda situazione in cui conviene non varcare la soglia del nuovo lavoro è quella in cui di colloqui ce ne sono troppi. La fase di conoscenza di solito non dura tre-quattro incontri anche nelle aziende più strutturate. Invece, vengo sempre più spesso a sapere di aziende che arrivano a fare fino a sette colloqui. In quel caso meglio lasciar perdere perché non si deve dare fin da subito l’impressione che si è disposti a dissanguarsi per un posto di lavoro, altrimenti è certo che sarete sfruttati per il resto dei vostri giorni. 

Non si tratta certo di essere “choosy”, quanto piuttosto di trattare la propria carriera, termine a cui conviene ridare un significato positivo al più presto. In fondo scegliere un’azienda è come scegliere una ragazza con cui uscire. Ci si potrebbe trovare con un sodalizio che dura tutta la vita e si cresce assieme, oppure in una fase di continui tentativi di conquistarla, azienda o ragazza a seconda dei casi, e sentire che siamo solo uno dei tanti, pronti a essere scaricati al primo intoppo. Ecco, nella vita come nel lavoro cercate di essere amati da chi avete di fronte e spesso si capisce subito se c’è o meno feeling.

Un terzo caso è quello in cui il colloquio di lavoro stesso è stato condotto in maniera improvvisata. Mi permetto di riportare a tal proposito un aneddoto da una esperienza personale. Qualche mese fa ho iniziato a essere chiamato in una grossa azienda per assistere a colloqui di lavoro come CNV Specialist (specialista di comunicazione non verbale). Inizialmente il mio compito era solo quello di leggere gesti, espressioni facciali e altro per capire se il candidato stesse mentendo su questo o quel punto e riguardo alle sue competenze. In breve, non intervenivo e il colloquio era portato avanti dall’imprenditore e dal direttore tecnico. Col tempo l’imprenditore ha deciso di ampliare la mia funzione e mi è stato richiesto di organizzare totalmente il colloquio. Così da un certo giorno in poi l’imprenditore faceva l’introduzione al colloquio presentando l’azienda, il direttore vagliava le capacità tecniche del candidato e io facevo uno screening psicologico oltre che a leggergli il non verbale. 

Il feedback da questa piccola rivoluzione mi è arrivato tempo dopo dall’imprenditore stesso che ha dichiarato: “Se prima il tuo lavoro era utile perché evitavamo di assumere persone che avevano millantato capacità, adesso è indispensabile perché ci hai insegnato a fare dei veri colloqui di lavoro e non semplici chiacchierate di presentazione. Questo ci permette di mostrarci come un’azienda strutturata e molto seria nel rapporto con i nostri dipendenti”. Ritengo che quell’uomo abbia recepito il valore di condurre un colloquio ben strutturato senza andare “a naso”, perché in fondo il colloquio è sempre bidirezionale. Da una parte è la società che valuta il candidato, dall’altra sarà il candidato stesso che rifletterà se vuole o meno lavorare con una certa organizzazione, ed è fondamentale dare una buona prima impressione, in modo tale che il candidato parli bene di quella società sia che venga assunto o meno. 

Per ora mi voglio limitare a questi primi tre segnali di pericolo per il candidato ricordando che non è da choosy dire di no a volte, ma può essere un segnale di serietà e determinatezza di uno che sa dove vuole andare. Lo stesso Steve Jobs diceva:” Focus is the work of saying no”.

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