BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

FORMAZIONE E LAVORO/ Il balzo in avanti per far crescere l'occupazione

È stata presentata la prima ricerca che ha preso in esame i dati della spesa Regionale per la formazione professionale e per le politiche attive. MASSIMO FERLINI

LapresseLapresse

È stata presentata a Roma la prima ricerca che ha preso in esame i dati della spesa Regionale per la formazione professionale e per le politiche attive. Lo studio è stato promosso dalle Opere Salesiane per la Formazione e aggiornamento professionale e realizzato dalla società di consulenza Noviter, specializzata proprio sui modelli di politiche per la formazione e il lavoro. La luce accesa sugli investimenti operati dalle regioni italiane nel corso del 2017 vuole fornire a tutti gli operatori indicatori utili per cercare di leggere l'evoluzione delle politiche in questi settori cruciali per l'occupazione, in particolare giovanile.

L'insieme della filiera di servizi che sta alla base delle politiche per la formazione o per il lavoro definisce il sistema di servizi che vengono messi a disposizione delle persone per sostenerne la capacità lavorativa lungo tutto l'arco della vita attiva. Dalla prima fase di formazione dei profili professionali al sostegno nelle fasi di passaggio da lavoro a nuova occupazione, alla formazione necessaria per mantenere o sviluppare la propria occupabilità durante tutte le fasi lavorative. È quindi uno dei servizi fondamentali del modello di welfare applicato al sostegno del lavoro e dell'occupazione.

Per questa rete di servizi, le regioni hanno speso nel 2017 ben 1.876.205.674 euro. Di questa cifra il 55% pari a 1.045.464.549 euro per misure di politiche attive dal lavoro e il 45% rimanente per servizi di formazione. Il prevalere delle misure occupazionali segnala certamente l'attenzione che il tema lavoro ha assunto nelle priorità politiche emerse nel corso di questi anni di crisi economica. È inoltre dovuto alle scelte di politica nazionale che ha iniziato proprio in questi anni con l'avvio di Anpal a costruire un sistema nazionale di servizi di politiche attive per il lavoro cercando di recuperare un ritardo storico del welfare italiano.

Nello stesso tempo va notato che la spesa per la formazione è per larghissima parte (oltre l'80%) destinata alla formazione "ordinamentale", ossia quella di base rivolta ai giovani e finalizzata alla qualifica professionale di base. La quota di spesa per diploma professionale (Ifts) e per alta formazione tecnica (Its) è ancora limitata a numeri ben lontani da quelli che caratterizzano altri paesi europei. Poche sono le risorse destinate alla formazione continua e sono praticamente scomparsi i brevi corsi di specializzazione che invece caratterizzavano la spesa regionale in formazione fino a pochi anni fa. Per quanto riguarda la formazione continua vi è da rimarcare che è ormai sostenuta dai fondi interprofessionali e dai sistemi di bilateralità. Mentre i corsi professionalizzanti sono diventati parte del paniere di servizi delle politiche attive del lavoro e sono finalizzati all'inserimento lavorativo e non solo a favorire una migliore occupabilità della persona.

Questa prima ricerca sugli investimenti che regioni, provincie autonome e Anpal hanno fatto nel corso del 2017 può aiutarci a valutare se il sistema Italia per la formazione e le politiche attive comincia a delinearsi o se è ancora un tessuto molto sfilacciato di iniziative che non producono un modello sistemico. Per quanto riguarda la formazione, è indubbio che sta emergendo la necessità di creare un sistema di Iefp come percorso di istruzione che si affianca alla istruzione tradizionale. L'avvio del sistema duale ha rafforzato questa esigenza e ha sostenuto anche la crescita, ancora molto scarsa, dei percorsi di quarto e quinto anno e l'avvio degli Its.

Il segnale che ancora non si è compreso che i percorsi di istruzione professionale sono da considerarsi parte integrante e permanente del sistema scolastico secondario e terziario viene dalla scelta di operare ancora per bandi e selezione. È come se si scoprisse ogni anno a settembre se vi sarà o no un nuovo anno scolastico. Pesano qui ritardi della politica, ma anche degli apparati burocratici nell'avviare sistemi di finanziamento stabili per servizi alla persona sempre più essenziali.

Riflessioni simili si possono trarre anche per quanto riguarda il metodo di spesa per le politiche attive del lavoro. Invece di sostenere investimenti per percorsi di accompagnamento al lavoro con finanziamenti in continuo, modulati per target diversi, si è scelto di fare uno spezzettamento di bandi, destinati a singoli target con panieri di servizi diversi. Ciò sta a indicare che non si è ancora compreso che le politiche attive (presa in carico, formazione finalizzata, inserimento lavorativo) richiedono di affidarsi a operatori accreditati favorendo continuità di intervento e crescita di operatori specializzati. La suddivisione in bandi a target limitati, la selezione degli operatori e talvolta l'obbligo a svolgere i servizi in associazioni di impresa non fanno crescere una rete di servizi territoriali che veda impegnati centri pubblici e privati, che assieme possono aumentare le opportunità di lavoro offerte ai disoccupati.

Garanzia giovani, prima esperienza comune anche nella differenziazione regionale che caratterizza le politiche del lavoro, ha certamente favorito una prima presa d'atto della necessità, oltre ai livelli essenziali delle prestazioni, di un modello comune di servizi e di una prassi di investimento che favoriscano la crescita di servizi personalizzati, forniti da reti di operatori capaci di assicurare ognuno tutta la gamma di servizi utili.

I dati visti ci confermano quindi che un sistema comune di servizi di formazione e lavoro è solo all'avvio. Dovrebbe essere assicurato in tutte le regioni come il sistema sanitario. Da questo obiettivo siamo ancora lontani. Soprattutto va rilevato che non è stato ancora costruito un sistema nazionale di valutazione che permetta di giudicare l'efficacia degli investimenti fatti. Le nostre valutazione qualitative sarebbero molto più precise a fronte di dati di efficienza ed efficacia.

Infine, va rilevato che 1,8 miliardi di euro sono molti ma se si credesse di istituire un modello di servizi universale e permanente potremmo stanziare almeno tre volte in più. Le risorse europee per fare ciò ci sono. Spesso si sceglie di non spenderle perché non si è in grado di gestire i fondi in modo efficace. La sfida per le regioni è dimostrare che non sarà più così.

© Riproduzione Riservata.