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Lavoro

ACCORDO ILVA/ Colombini (Cisl): una vittoria dei lavoratori, basta con la cultura anti-industriale

“L'Italia è la seconda nazione manifatturiera d'Europa e deve essere autonoma nella produzione di acciaio. Coniugando sviluppo, sicurezza e ambiente”, dice ANGELO COLOMBINI

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Sono iniziate, l'altro ieri a Taranto, le assemblee nello stabilimento Ilva. I lavoratori sono chiamati a esprimersi, con un sì o un no, sull'ipotesi di accordo con ArcelorMittal siglato dalle organizzazioni sindacali, giovedì scorso, presso il ministero dello Sviluppo economico. I referendum proseguiranno fino a domani, giovedì 13, giorno in cui si dovrà concludere il voto, dal cui risultato dipende la ratifica dell'accordo. “Un accordo – spiega in questa intervista al Sussidiario Angelo Colombini, segretario confederale della Cisl – importante e positivo per molte ragioni”, dopo “una vertenza complicatissima”. E che “l’Italia sia il più possibile autonoma nella produzione di acciaio”, che viene “utilizzato in moltissimi settori produttivi in cui l'Italia è leader mondiale” dovrebbe bastare “per comprendere quanto sia strategico, per la competitività del Paese, rilanciare l'Ilva di Taranto, il più grande impianto di produzione dell’acciaio in Europa”. Ma il sindacato, in quest'opera di rilancio, non intende abbassare la guardia sui temi della salute, della sicurezza e della tutela ambientale, “obiettivi oggi imprescindibili”.

Partiamo proprio dal caso Ilva: qual è il giudizio del sindacato su questo accordo?

L’accordo è importante e positivo per molte ragioni. Quella dell’Ilva è stata da subito una vertenza complicatissima, che si trascinava da anni, costellata da mancate decisioni, irresponsabilità diffuse. Una vertenza in cui il sospetto e la sfiducia reciproca ha sempre serpeggiato fra tutti i soggetti interessati. L’accordo raggiunto, però, dimostra, una volta per tutte, che in Italia si può investire anche al Sud per creare un lavoro degno, rispettando l’ambiente e la salute, come ha sempre richiamato Filippo Santoro, il Vescovo di Taranto; che il ruolo delle parti sociali e del sindacato è fondamentale quando si tratta di affrontare questioni complesse; che le istituzioni, se promuovono il dialogo, rilanciano la coesione sociale; che per favorire la rinascita/ripresa economico-industriale occorre avere un atteggiamento pragmatico e responsabile ed è sempre più necessario ragionare in termini di sistema Italia. La maturità dimostrata dai lavoratori tutti, nonostante le sofferenze e le strumentalizzazioni subite negli ultimi anni, è anch’esso un elemento che valorizza ulteriormente ciò che è stato sottoscritto e portato a giudizio in questi giorni, attraverso le assemblee e il referendum. La sottoscrizione dell’accordo rappresenta la vittoria dei lavoratori, che sono stati accompagnati da un sindacato, in quest’ultima fase unito, che li ha tutelati al massimo.

Quanto è importante il rilancio di Ilva, considerando il sistema manifatturiero italiano, anche in relazione al mercato globale?

L’Ilva è il più grande impianto di produzione dell’acciaio in Europa. L’Italia è la seconda nazione manifatturiera d’Europa e la settima al mondo. Quindi è normale e fondamentale che l’Italia sia il più possibile autonoma nella produzione di acciaio. Ricordiamo che l’acciaio è utilizzato in moltissimi prodotti della nostra vita quotidiana: dalle auto agli elettrodomestici, dagli utensili da cucina ai mobili, dalle imbarcazioni all’edilizia e alle infrastrutture. L’Italia è leader mondiale di molti di questi settori produttivi, che utilizzano e trasformano quanto viene prodotto da Ilva, senza doverlo importare dalla Germania o dalla Cina. Questi pochi esempi dovrebbero bastare per comprendere quanto siano strategici, per la competitività del Paese, gli impianti dell’Ilva, così come gli altri produttori che stanno vivendo momenti di difficoltà e incertezza, come Piombino e Terni.

Quanto è importante ed essenziale l'intervento di recupero ambientale, in particolare per la città di Taranto?

Quando si parla dell’impianto di Taranto, senza mai dimenticare tutti gli altri siti produttivi e commerciali di Ilva, dobbiamo pensare a un impianto che, oltre a essere vastissimo, ha una grandissima complessità gestionale. Detto questo, in molte parti del mondo si produce acciaio rispettando l’ambiente. Un impianto come quello di Taranto si può risanare, con ricadute positive per la città e per tutto l’ecosistema, solo se continua a produrre puntando a utilizzare tecnologie moderne e all’avanguardia, investendo nei prossimi anni, così come stabilito dall’accordo sindacale con la nuova proprietà ArcelorMittal, oltre 1,3 miliardi di euro. L’importanza degli investimenti in nuove tecnologie vale per qualsiasi impresa, ma ancor di più per gli impianti potenzialmente più inquinanti. Bagnoli ci insegna che non basta chiudere, se non si ha un progetto serio e reale per poter fare le bonifiche indispensabili al benessere del territorio e ai suoi abitanti, e questo purtroppo vale per molti vecchi siti industriali. Le bonifiche e il recupero ambientale di Taranto e dei comuni limitrofi, legato al piano di rilancio industriale con investimenti per macchinari e impianti di circa 1,25 miliardi di euro, saranno tra gli obiettivi oggetto di verifica quotidiana che vedrà la Cisl impegnata in prima linea. I soldi ci sono, bisogna spenderli bene e fare interventi di qualità.

La tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori deve diventare priorità per qualsiasi scelta industriale?

Sì, e questo è diventato già da tempo anche un obiettivo imprenditoriale imprescindibile. Non lo dice solo il sindacato, ma anche i dati sulla competitività delle imprese ne testimoniamo la valenza. Desidero sottolineare che su questi temi il sindacato, e la Cisl in particolare, è sempre aperto al dialogo con tutti, pur ritenendo che le conquiste sindacali sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori, la legge 81/08 e le precedenti, sono inequivocabilmente il frutto delle lotte sindacali. Certo è che ancora molto c’è da lavorare e su questi temi sarebbe un errore gravissimo abbassare la guardia.

Per quali motivi non si è riusciti a chiudere con Calenda?

Sicuramente non c’è un motivo solo. Io che ho partecipato ai diversi incontri da oltre un anno, posso dire che le vicende politiche, anche con il cambio di governo e le diverse posizioni nei sindacati di coloro i quali unitariamente hanno firmato l’accordo del 6 settembre, hanno avuto il loro indubbio peso, ma la vertenza era complicatissima e i motivi di attrito tra sindacati e impresa e le istituzioni, centrali e periferiche, erano moltissimi. La tempistica degli avvenimenti, sociali, economici e politici, in una vertenza così complessa contano molto. Da ultimo, l’incertezza creata con la possibilità di annullare la gara ha creato ulteriori elementi di difficoltà. Oggi, però, dobbiamo guardare avanti. Gli obiettivi dell’accordo devono diventare obiettivi di tutta la comunità italiana. Lavoriamo sulle ragioni che ci hanno consentito di rilanciare l’Ilva e costruiamo ulteriori elementi di positività.

La vertenza Ilva è la prima grande occasione di confronto tra politica e sindacato. Come si sta ridefinendo questo rapporto?

Non dobbiamo continuare a guardare al passato. L’Italia e l’Ilva, per progredire e per crescere, devono guardare al futuro. La Cisl, per sua natura, ha sempre avuto un atteggiamento pragmatico con le vicende economiche e politiche. Non abbiamo mai ritenuto un Governo amico o nemico, da sempre giudichiamo i governi dai fatti. L’accordo Ilva è un fatto positivo, come verrà gestito dalle istituzioni sarà un elemento di ulteriore valutazione. Le vicende politiche degli ultimi anni hanno dimostrato che la “disintermediazione” e lo scavalcamento delle organizzazioni sindacali non danno buoni frutti nelle società complesse e avanzate come quella italiana. Ci auguriamo che i politici facciano tesoro delle esperienze passate; noi lo abbiamo chiaro e lo andiamo dicendo da sempre, correndo il rischio di sembrare noiosi e ripetitivi. La prossima legge di Bilancio sarà un indubbio banco di prova per questo governo, che purtroppo usa poco la parola sviluppo.

Quali obiettivi devono darsi il mondo dell’industria e il mondo del lavoro dopo l’insediamento del governo Lega-M5s?

Dobbiamo sempre ricordare agli italiani che il nostro benessere, grazie a scelte fondamentali fatte nel dopoguerra dai governi De Gasperi, si fonda sulla capacità di trasformazione delle materie prime e quindi sull’industria manifatturiera. Le vicende della crisi degli ultimi anni ce lo hanno ricordato e dimostrato. L’importanza che a livello mondiale stanno avendo i programmi per intercettare le ricadute positive delle nuove tecnologie digitali, riassumibili nel paradigma di Industria-Impresa 4.0, stanno a evidenziare come ancora la ricchezza e le conoscenze che scaturiscono dal settore industriale sono alla base del benessere delle nazioni più avanzate. L’Italia è ancora la seconda nazione manifatturiera d’Europa, tra le principali del mondo intero. Dobbiamo, pertanto, necessariamente uscire da una visione pauperistica del nostro Paese e darci degli obiettivi di miglioramento qualitativo a cominciare proprio dall’industria. Non deve esistere, né tanto meno deve essere alimentata, nel nostro Paese una cultura anti-industriale. Vogliamo, però, promuovere un’industria rispettosa dell’ambiente e della salute dei lavoratori. E questi sono elementi fondamentali per la competitività del Paese. La sintesi ci sembra semplice. Se vogliamo essere un Paese all’avanguardia, dobbiamo puntare, senza tentennamenti, a favorire le innovazioni tecnologiche nell’industria come nella pubblica amministrazione e nei servizi, e operare sempre di più in termini di sistema Italia, dotandoci di infrastrutture materiali e immateriali adeguate al ruolo che possiamo svolgere. Solo così possiamo sperare di essere competitivi e attraenti nel mondo.

Una recente indagine ha mostrato la massiccia fuga di iscritti dal sindacato. In tempi di grandi sfide - si pensi alla globalizzazione o, appunto, a Industria 4.0 - come giudica la perdita di appeal dei sindacati? E come si può riacquistare maggiore rappresentanza?

Abbiamo già evidenziato con comunicati ufficiali che i dati citati nella ricerca in questione non sono reali. La Cisl, infatti, negli ultimi tre anni è cresciuta di circa 10mila iscritti tra i lavoratori attivi, ma non si può nemmeno negare che il sindacato ha perso il suo appeal, forse perché oggi molte conquiste sindacali vengono date per scontate. Basti pensare ad alcuni esempi: il Servizio sanitario nazionale, di cui quest’anno si celebra il quarantesimo anno dalla sua istituzione, oppure i rinnovi contrattuali, sia del privato che del pubblico, e ancora le conquiste sindacali sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e non ultima la contrattazione aziendale. Tuttavia ci è chiaro che dobbiamo lavorare per migliorare la nostra capacità di stare con i lavoratori ed essere presenti nei luoghi di lavoro di fronte ai cambiamenti determinati dalle nuove tecnologie. Dall’esterno questo forse si vede poco, però sui territori il ruolo del sindacato è sempre più attuale e concreto di quello che si narra sui giornali. Basterebbe osservare il flusso delle persone che frequentano i nostri uffici, i patronati, i Caf, gli uffici vertenze, oppure pensare all’85% dei lavoratori che partecipa al rinnovo delle Rsu nella Pubblica amministrazione, nel comparto scuola-ricerca e università. Però la Cisl è un’associazione e occorre, come è emerso nel Congresso del 2017, far di tutto perché gli iscritti la vivano e si sentano partecipi e protagonisti di una realtà in continuo rinnovamento. Anche questo è un obiettivo di qualità, uno dei tanti di cui ha bisogno il Paese e su cui occorre far convergere le moltissime energie positive che ci sono in Italia.

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