BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Libertà di educazione, Quaderno 35

Il lavoro e la scuola: un confronto a partire dall’istruzione tecnico-professionale/1

TAVOLA ROTONDA, primo intervento. PAOLO RAVAZZANO: le dinamiche del lavoro interpellano il mondo della scuola e suggeriscono vie di uscita alla crisi odierna  

Via Lattea – Foto EsoVia Lattea – Foto Eso

Piacenza, 27 aprile 2013: in occasione del convegno "Il Lavoro si Impara a Scuola" promosso da Diesse Emilia Romagna e Di.S.A.L., intorno a una piccola ma vivace tavola rotonda siedono Paolo Ravazzano, che si occupa prevalentemente di istruzione e formazione tecnica e professionale, Matteo Foppa Pedretti che si occupa di formazione professionale continua e insegna anche in un istituto tecnico, Diego Sempio che da anni lavora nell'istruzione e formazione professionale come docente e come dirigente e anche lui viene da diverse esperienze nel mondo del lavoro prima di operare nel mondo della scuola e della formazione, e infine Romolo Morandini, docente presso l’IPSIA Mattei di Fiorenzuola d'Arda.

Tema fulcro dell’incontro le seguenti domande: Perché sempre più le scuole si trovano a parlare di lavoro? Che cosa ha a che fare la scuola con il lavoro? Anzi, oggi, che cosa ha da offrire il mondo del lavoro alla scuola?

Le risposte sono una sfida per tutta la scuola italiana. Per i nostri ragazzi, innanzitutto.

Ne riproponiamo i passaggi più significativi in quattro articoli distinti. Il primo – questo – fornisce elementi di contesto che ci aiutano a capire perché insegnanti e dirigenti scolastici si trovano nuovamente a parlare di lavoro.

Nel duemila la Conferenza di Lisbona, dopo alcuni antecedenti illustri, ha parlato in modo deciso di società della conoscenza (knowledge society): tutte le analisi sul capitale umano, sul capitale della conoscenza, si stanno mostrando pregnanti perlomeno nell’evidenziare che questa appare sempre di più come una società che privilegia un certo modo di gestire la conoscenza, una certa qualità della conoscenza, e la relazione tra l' uomo e la conoscenza, come ci insegna un paradigma non dualistico, non avviene più in modo specifico e predeterminato in una fase iniziale della vita, ma accade, un po' per necessità legate ai mutati cambiamenti socioeconomici e un po' forse venendo anche incontro alla natura umana, accade all'uomo lungo tutta la sua vita.

Cinque anni prima della conferenza di Lisbona era apparso un libro bianco curato dal commissario europeo Edith Cresson intitolato Insegnare e apprendere: verso la società conoscitiva; in questo testo venivano descritti alcuni shock che stava subendo la società e che ora noi vediamo perfettamente in atto: lo shock dell'informazione, che assumeva paradigmi di interscambio di quantità e di qualità in qualche modo inauditi, l'interscambio planetario di merci, di beni, di conoscenze, quindi una nuova grande globalizzazione, e poi un aumento di alcuni livelli tecnico-scientifici legato a una percezione non più inevitabilmente ottimistica (come poteva essere quella di cent'anni fa), ma a una percezione di disagio, quasi di minaccia, con cui si deve fare i conti. La gente è piena di tecnologia, ma non tutti; si parla di digital divide (divario digitale), ecc. Infine, la gente è attraversata dalla tecnologia ma questa enorme tecnologia (e questo grande aumento di informazione) non produce di per sé un aumentato benessere e un’aumentata certezza del soggetto.

Allora, di fronte a tutto ciò, uno dei consigli che il libro bianco indicava era in qualche modo interessante e problematico insieme: “avvicinare scuole ed impresa”.

Attraverso la rete planetaria di internet, queste tecnologie della comunicazione negli ultimi venticinque anni hanno in qualche modo cambiato radicalmente i comportamenti della società; ma anche molte logiche del mondo del lavoro fanno sì che la scuola oggi sia solo uno dei soggetti attraverso cui si può imparare, non l'unico.

Su questo forse molti docenti saranno gli ultimi a trarne le giuste conseguenze, ma i ragazzi le stanno già traendo: basti considerare i livelli di disaffezione, di demotivazione che provano non solo i ragazzi che hanno difficoltà a scuola, non solo i ragazzi che si trovano in scuole non eccellenti, ma anche ragazzi che a scuola tutto sommato non vanno affatto male e che frequentano scuole nient'affatto fatte male. Ad esempio, in un testo del professor Bertagna del 2010, emerge un po’ il riassunto di tutti questi dati, legato alla provocazione: “siamo sicuri che il metodo di apprendimento scolastico sia quello più adatto per tutti i ragazzi”? Qui si citano numeri che, all'incirca, sono...20% per la dispersione scolastica dopo la scuola media; 40% per le varie forme di disadattamento scolastico; e più del 60% dei ragazzi italiani fa parte del numero dei mediocri scolastici ("possibile che oltre il 60% dei giovani non meriti mai più della striminzita sufficienza?").